Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/333

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la rocca di cavour 319

farda! Ci voleva della disinvoltura! Sciagurato! — Come se le più infauste pagine delle istorie subalpine non recassero vergato in fronte il suo più infausto nome! Sentiamo, che cosa avrebbe ella da allegare in contrario? — E ingollava una bicchierata di Campiglione per premiarsi della sua eloquenza. Veramente, io avevo una gran voglia, anzi un gran bisogno di ribattere le sue ragioni con lo stesso impeto e con altrettanta voce; ma risposi invece con molta mansuetudine, considerando che il sentimento patriottico, quando è rinvigorito da un buon vino, anzi da due buoni vini, va particolarmente rispettato. No, non la pensavo come lui, nient’affatto. Mi pareva che si potesse dire come il Carutti: — Il bravo e buon Catinat. — Bisognava giudicarlo in relazione col suo tempo, come tutti gli uomini. Le stragi che si commisero in nome suo, sarebbe ingiustizia addebitarle a lui. Tutte le volte che gli fu possibile, le impedì, come nelle Provincie di Juliers e di Limburgo, malgrado gli ordini espressi del Luvois; più volte, anzi, s’attirò addosso le collere dell’implacabile ministro, per aver risparmiato la vita, come fece a Susa, ai presidii vinti delle fortezze. Ma non poteva impedire. Ecco il punto. Quando scese in Italia la prima volta, meno che mai. Gli eserciti lo amavano, perchè era affabile coi soldati, perchè soccorreva e consolava i malati e i feriti, perchè si privava del necessario per loro, perchè era buono e giusto, in fin dei conti. Ma nel furore degli assalti e delle vittorie, non gli obbedivano più, gli sfuggivano affatto di mano, e nè lui nè altri avrebbe avuto la forza e i