Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/334

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mezzi di tenerli in freno. Soldati usciti dalla peggior canaglia delle città grandi, imbarbariti dalle guerre selvaggie d’oltralpi, indisciplinati per consuetudine, in specie quelli che condusse in Piemonte, consapevoli degli ordini del Louvois che voleva una guerra sterminatrice, corrotti, eccitati alla indisciplina dagl’intrighi di Corte di cui erano testimoni nello stesso campo del loro generale, — intrighi orditi a danno di lui e per maggior disgrazia del paese che invadevano, — come gli avrebbero obbedito, quando irrompevano vincitori in una città o in un villaggio nemico, dopo un combattimento feroce? E chi teneva in freno gli eserciti di quel secolo, gli imperiali a Mantova nel 1630, le truppe del duca di Lorena in Francia durante la minorità di Luigi XIV, i soldati del Wallenstein nei loro medesimi paesi? Ciò non di meno, egli dava spesso degli esempi terribili; faceva impiccare i maraudeurs, era “senza pietà coi soldati senza pietà„; andava molte volte, travestito, a interrogare i contadini, anche in paese nemico, per sapere se avessero patito sevizie; e rendeva delle giustizie solenni. Ma quello che valeva a tenere i soldati in soggezione nei campi, non valeva più una volta ch’erano sguinzagliati al sangue e alla morte, e che non c’era più un solo uffiziale che potesse tener nel pugno un solo soldato. No, tutta la sua vita lo difendeva dall’accusa di barbarie: la modestia mesticata in tutte le occasioni, l’affetto che ebbero per lui il Fénélon, il Vauban, il La Rochefoucauld, gli uomini più illuminati e più gentili del suo tempo; la solitudine austera in cui visse gli ultimi anni,