Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/335

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la rocca di cavour 321

nella sua terra di Saint-Gratien, riverito e amato dai suoi contadini; la sua coltura, il suo amore per la famiglia, il suo disinteresse, la semplicità della sua vita, tutte le sentenze e i motti che rimangon di lui, segnati dell’impronta di un’intelligenza alta e serena.... No, non era un barbaro. Sarebbe una vera ingiustizia il mettergli il marchio del sangue sopra la fronte. Scoraggiato, indignato, qualche volta egli può non aver neppure tentato d’impedire gli eccessi del suo esercito, per non uscire esautorato da un tentativo di repressione impotente; ma egli ne sentì sempre orrore in cuor suo, e li deplorò sempre con amarezza, o non si ha più diritto di giudicare la natura umana. Non aveva scritto a Parigi, dopo la battaglia di Staffarda: “Bisogna pure aver compassione di questi disgraziatissimi popoli: che cosa s’ha da fare?„ E tutti sanno quello che gli risposero: “Bruciare, bruciare, bruciare.„ No, che cosa volete! Mi è simpatico. Anche la sua figura, quel parruccone arricciolato che gli casca fin sulla corazza, quella fronte spaziosa, quegli occhi grandi e buoni, quella bocca filosofica, quell’aria in cui si riconosce qualche cosa dell’ingenuità dell’antico avvocato che abbandona l’avvocatura per aver perduto una causa che riteneva giusta, mi piace. Ci siamo battuti con lui per vent’anni, ce n’ha date, se n’è prese, è stato vittima dell’ingiustizia nella vecchiezza, ha sopportato l’avversità con animo altero, pigliava fra le braccia i soldati che morivano, morì disprezzando gli onori e la gloria. Rispettiamolo. È cosi bello esser giusti con un nemico!

De Amicis. Alle Porte d'Italia. 21