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322 alle porte d'italia

— Sta bene, — concluse il mio agronomo, scrollando il capo; — ma ha fatto del gran danno alle campagne.



Il Catinat ci fece far notte. Quando uscimmo, la rocca di Cavour non era più che una macchiaccia nera che si staccava sul cielo di cattivo umore “incombendo sinistramente„ come diceva il mio professore, alla città già illuminata. Nella stazione del tranvai, dove il piccolo treno aspettava, non c’era che una famiglia di contadini, una nidiata di ragazze e di ragazzetti, carichi d’involti, che s’installarono in un carrozzone di seconda classe, in silenzio. Una donna dai capelli grigi, che pareva la madre, piangeva. Di lì a poco arrivò di corsa un contadino, d’una cinquantina d’anni, secco, una faccia di uomo logorato dal lavoro, ma d’espressione risoluta; sali sul treno, diede un’occhiata alla famiglia, e poi venne ad appoggiarsi al parapetto esterno in faccia a noi. Il nostro agronomo lo riconobbe: era un contadino delle parti di Bagnolo, dove possedeva una piccola vigna e un piccolo prato, una casetta, e un po’ di bosco.

— Dove si va, compar Drea, con tutta la baracca? — gli domandò il mio compagno.

— Eh! eh! — rispose quello, placidamente, accendendo la pipa; — vado lontano. — Poi soggiunse con un gesto vago: — In America.

L’agronomo rise. — Voi scherzate,— gli disse — E la vigna?

— Venduta.