Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/350

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336 alle porte d'italia

giano, che li salutò col ciau famigliare. Duri soldati, nati in villaggi di duri nomi, stridenti come comandi soldateschi: Entraque, Roccavione, Robillante, Roaschia; cocciuti come quel loro comune famoso, che negò al Re per molti anni il privilegio di cacciare nelle sue terre. E venivano innanzi a passi lunghi, calcando il piede come per provar la saldezza del terreno, e guardando diritto davanti a sè, senza badare agli applausi e agli evviva. — Questi sono solidi! — esclamò il Rogelli. — Frammenti di roccia; tutte ossature di zappatori; trentatrè chilogrammi addosso e via come caprioli; quattr’ore a quattro gambe per la neve a cercare i sentieri coperti; tre giorni filati in mezzo alla furia dei temporali; dei capitomboli da sbriciolarsi il capo, e su, dopo una fregatina di neve alle orecchie, come se niente fosse, con un compagno ferito sul dorso, se occorre; e gelati dal vento che fende la faccia o saettati dal sole che affoca le rocce, su ancora, su sempre; e quando arrivano alla tappa, capaci di scaraventar lo zaino in un burrone per far la scommessa d’andarlo a riprendere, o di scivolar per tre miglia giù da un monte, facendo slitta della giacchetta, afferrati alle maniche come a due briglie. E con questo, in ottantasette giorni di seguito, non un malato nella compagnia! Degli appetiti da Gargantua, e tutti matti per la vite. Li sanno a mente come i dì della settimana, per nome e cognome, i sindaci e i farmacisti che hanno la buona abitudine di offrire il bicchiere ai bravi Alpini! E nelle osterie meglio provviste ci fanno piazza pulita in un quarto