Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/351

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i difensori delle alpi 337

d’ora. — E a una domanda della signora: — Dei soldi? — rispose; — sono i Nabab dei soldati degli Alpini; ci pensano i padri e i fratelli che fan quattrini fuor di patria; piovono i vaglia internazionali. Viva il battaglione Col di Tenda! — E quel grido, risuonando in un momento di silenzio, destò l’eco d’altre mille grida, e fece cadere un nuvolo di fiori davanti ai soldati dell’ultimo plotone, che li guardavano stupiti, come per dire: — Fiori?... Bottiglie avrebbero ad essere. E il plotone passò, urtando con l’ala sinistra, spinta in fuori da un ondeggiamento del centro, contro lo steccato d’un palco, che scricchiolò come per un colpo di catapulta, provocando un nuovo scoppio di grida festose e d’applausi.



Ed ecco le trombe arrabbiate e la lunga penna d’aquila del comandante del battaglione Val di Stura. Io vidi lontano il villaggio severo di Vinadio, aggruppato sul pendio della montagna, come un pugno d’armati alla difesa, e il forte minaccioso in alto, e la strada ferrata in fondo alla valle, serpeggiante sui ponti mobili e sotto i voltoni a feritoie, accanto al torrente rotto dalle rocce; e più in là la gola sinistra delle Barricate, allagata di sangue francese; e il colle dell’Argentera, sfavillante delle legioni di Pompeo. L’agronomo vide invece il villaggio di Castelmagno in Val di Grana, celebre pel suo formaggio azzurreggiante, e le belle colline di Caraglio, di cui conosceva il vino, grosso, ma buono. Il battaglione procedeva nella piazza, franco e ordinato, mostrando le sue cinquecento

De Amicis. Alle Porte d'Italia. 22