Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/352

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338 alle porte d'italia

facce rosate e virili, su cui pareva espresso un pensiero solo. Mistress Penrith credette di vedervi un’espressione generale di tristezza, e domandò se quella fosse l’indole degli abitanti delle due valli. — Lei mi fa celia! — rispose il Rogelli, ridendo; — qui fanno gli impostori. — Era da vedersi, come aveva visto lui, con che matta furia, dopo dieci ore di marcia “effettiva„ davano la caccia ai corvi, per l’ambizione di quelle benedette penne, o gareggiavano a far ruzzolar pietroni dai precipizi per snidar camosci dai nascondigli, con la speranza d’assaggiare un boccone da buongustai. E descriveva le scene amenissime dei pasti: gli Alpini su in cima che salutano festosamente l’apparizione dei muli carichi giù nella valle, chiamandoli per nome un per uno, come fratelli; lo squillo del rancio accolto con cento grida di gioia; e via tutti di volo a cercar legna e rododendri a mezzo miglio all’intorno; e in pochi minuti rieccoli carichi di fasci enormi e di tronchi d’alberi interi; i fuochi brillano, le gamelle bollono, gli esperti di culinaria tiran fuori l’erbe colte per la via, lo zucchino o il pomodoro portato in tasca per sette miglia, qualche volta il porcospino o lo scoiattolo cacciati la mattina; e allora salti e allegrie; e chi trita, e chi pesta, e chi soffia: impasticcian salse maravigliose e soffritti incredibili; s’ingozzano di fragole spiaccicate, s’annerano il viso di sugo di moro e di bacche di mirtillo, succhiano la borraccia fino all’ultima gocciola, e su, che è risonata la tromba: tutto quel festino è durato trenta minuti, tra apparecchi e primo chilo, e sono già