Pagina:Aminta.djvu/36

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
36 Atto Primo.

Fù forza, che scoppiasse; ed una volta,
Che in cerchio sedevam Ninfe, e Pastori,
E facevamo alcuni nostri giuochi,
Che ciascun ne l’orecchio del vicino
Mormorando diceva un suo secreto,
Silvia, le dissi, io per te ardo, e certo
Morrò se non m’aiti. A quel parlare
Chinò ella il bel volto, e fuor le venne
Un’improviso, insolito rossore,
Che diede segno di vergogna, e d’ira;
Né hebbi altra risposta, che un silentio,
Un silentio turbato, e pien di dure
Minaccie. indi si tolse, e più non volle
Né vedermi, né udirmi, e già tre volte
Ha il nudo metitor tronche le spighe,
Et altrettante il verno ha scossi i boschi
Di loro verdi chiome, ed ogni cosa
Tentata hò per placarla, fuor che Morte.
Mi resta sol, che, per placarla, io mora,
E morrò volontier, pur ch’io sia certo,
Ch’ella ò se ne compiaccìa, ò se ne doglia;
Né sò di tai due cose, qual più brami.
Ben fora la pietà premio maggiore
A la mia fede, e maggior ricompensa
A la mia morte: ma bramar non deggio
Cosa, che turbi il bel lume sereno
A gli occhi cari, e affanni quel bel petto.

Tirsi
È possibil però, che, s’ella un giorno

Udisse tai parole, non t’amasse?

Aminta
Non sò, né ’l credo, ma fugge i miei detti

Come