Pagina:Angeli - Roma, parte I - Serie Italia Artistica, Bergamo, 1908.djvu/143

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ROMA 133

dopo l’incendio di Commodo — tutti gli edifici erano restaurati e ultimo a sorgere il tempio di Saturno levava sotto il Campidoglio le sue colonne di granito rosa. Si contavano, dentro la cinta delle mura in cui Aureliano aveva chiusa la Metropoli, 11 terme, 10 basiliche, 28 biblioteche, 11 fori, 22 statue equestri colossali, 80 statue d’oro di divinità, 74 statue crisoelefantine, quasi 4000 statue di bronzo e innumerevoli templi, e un popolo intiero di simulacri marmorei, di busti, di bassorilievi, di erme, di colonne votive.

Arrivata a questo punto di magnificenza, Roma non avrebbe più potuto progredire e la paralisi che la minacciava stava per trascinarla sotto il peso della sua propria grandezza. E d’altra parte la gente nuova, quei cristiani avidi di potere e ambiziosi alla loro volta di dominio universale, aspettavano con l’ardore delle loro brame costrinte, l’ora propizia per tutto conquistare e per spingere sotto una minacciosa rovina perfino la memoria di quel paganesimo orgoglioso che li aveva tiranneggiati e contro cui avevano appuntate tutte le loro armi.

L’anno 367 dell’Era volgare — 54 anni dopo, cioè, dal giorno in cui Costantino il grande aveva riconosciuto a Milano la religione cristiana come religione ufficiale — un Vezio Agorio Pretestato, prefetto della città, edificava sotto le falde del Campidoglio un tempio ai dodici Dei protettori di Roma (Dii consentes). L’edificio rimane ancora, fra le rovine del Foro, con le sue magre colonne e la sua struttura meschina, pietosa reliquia di una fede moribonda, ultimo appello disperato di un innamorato di Roma alla negletta religione dei padri. E fra gli edifici sontuosi del Foro Romano, quel piccolo portico tutto bianco parla alla nostra vecchia anima latina come l’eco affievolita di una grandezza che sta per finire. Vezio Pretestato si alza come uno spettro sulle rovine dell’arte antica. Oramai dovremo ricercare nelle basiliche e nelle chiese gli albori di quella vita nuova che doveva recare al mondo una luce di inestinguibile bellezza. moneta dell’imperatore tito.