Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/314

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costoro posti a Ravenna1314 tentarono d’impadronirsi di quella città, a tutti costoro diede poi sussistenza di là dall’Alpi. Tale per certo era la bontà e la1315 equità di questo imperadore, che trattava i nemici stessi, prigioni o sottomessi, come amici. Merita anche d’essere osservato nelle iscrizioni raccolte dal Grutero e da me, che molti soldati portavano il nome di Marco Aurelio. Potrebbe credersi che fossero liberti suoi; ma più probabilmente furono persone di nazioni straniere, che venute al suo soldo meritarono in premio il nome dello stesso imperadore.

Con questa felicità avea l’Augusto Marco Aurelio domate quelle barbare genti, e conseguito per questo il titolo di Germanico e Sarmatico1316. Era anche dietro a dare un nuovo sistema ai conquistati paesi, meditando di far della Marcomannia e della Sarmazia due provincie romane, governate da pretori o proconsoli romani, quando gli convenne interrompere questi disegni per una noiosa novità occorsa nell’anno presente. Avidio Cassio, di cui s’è parlato di sopra, dopo essere intervenuto alla guerra marcomannica1317, d’ordine di Marco Aurelio se ne tornò al governo della Siria o sia della Soria, e quivi formò una fiera ribellione. Era egli originario di quel paese: il che diede poi motivo allo stesso Augusto di ordinare che da lì innanzi niuno potesse avere il governo di quelle provincie, ove fosse nato, o dalle quali traessero origine i suoi maggiori. Vulcazio Gallicano, che ne scrisse la vita (se pure autor di essa non fu Sparziano), il vuole far credere discendente da Cassio, uno degli uccisori di Giulio Cesare. Ma non è sì facilmente da prestargli fede, nè lo stesso Cassio in una sua lettera riconosce tale la sua nobiltà. Il medesimo scrittore cel rappresenta per rigoroso esattor della disciplina militare, anzi portato alla crudeltà: del che di sopra addussi un esempio. Egli, per ogni menomo trascorso de’ suoi soldati, li facea crocifiggere, bruciar vivi, affogare, e a molti de’ disertori fece tagliar le mani e le gambe: il che non s’accorda coll’aver Lucio Vero scritto che Cassio era amato assai dai soldati. Certo è bensì, che egli sempre un dì della settimana facea far loro l’esercizio, e che ogni delizia nel mangiare e nel vestire bandì dai loro quartieri. Gran tempo era, che costui dava a conoscere il suo genio di signoreggiare; altro non facendo che dir male di Marco Aurelio, chiamandolo una vecchierella filosofessa, e di Lucio Vero, appellandolo sciocco lussurioso. Derideva le loro azioni, non istimava le loro lettere. Udivasi in ogni occasione compiangere lo stato presente della romana repubblica, dove più non si mirava l’antica disciplina, dove il principe lasciava andar tutto alla peggio, non gastigava i cattivi, e permetteva che si ingrassassero a dismisura i capitani delle guardie e tutti i governatori delle provincie. Aggiugneva, che se toccasse a lui, saprebbe ben tagliar teste e premiare i buoni, con altre simili bravate: dalle quali fu mosso Lucio Vero Augusto, fin quando andò in Soria ad avvisarne Marco Aurelio, acciocchè si guardasse da uomo sì pericoloso, e provvedesse alla sicurezza propria e de’ suoi figliuoli. Marco Aurelio gli rispose, che non trovava nella di lui lettera la grandezza d’animo conveniente ad un imperadore; essere tale il governo suo, che non avea da paventar rivoluzioni; e che quando altramente dovesse essere, il destino non si potea schivare; nè potersi condannare un uomo che non era accusato da alcuno; e però che Cassio dicesse quel che volesse, perchè essendo uomo di gran valore, buon capitano e severo, egli era utile alla repubblica, nè gli si dovea recar nocumento. Terminava poi la sua risposta con queste belle parole: