Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/512

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ma non erano men riguardevoli i preparamenti per la difesa2544. Stava ben provveduta quella città di freccie, pietre, macchine e d’altri strumenti da guerra e da lanciar fuoco sopra i nemici, siccome ancora di viveri, quando all’incontro uomini e bestie dell’armata romana niuna sussistenza trovavano in quella spelata campagna, piena solo di sabbia. Oltre a ciò, aspettava Zenobia soccorso da’ Persiani, Armeni e Saraceni, di maniera che si ridevano gli assediati delle sgherrate degli assedianti. Ma Aureliano supplì al bisogno dell’armata per conto delle provvisioni, facendone venire al campo da tutte le vicinanze; nè lasciava indietro forza e diligenza alcuna per vincere quella sì ben guernita città. Maggiormente crebbe l’izza e la picca sua, perchè avendo sui principii scritto a Zenobia, comandandole imperiosamente di rendersi, con esibirle comodo mantenimento, dove il senato l’avesse messa, e con promettere salvo ogni diritto de’ Palmireni, Zenobia gli diede una insolente risposta, con intitolarsi regina d’Oriente, anteporre il suo nome a quello dell’imperadore, e mostrar fiducia di fargli calar l’orgoglio coi soccorsi ch’ella aspettava2545. Vennero in fatti gli aiuti a lei promessi da’ Persiani; ma Aureliano tagliò loro la strada, e gli sbandò. Vennero anche le schiere de’ Saraceni e degli Armeni; ma egli, parte col terrore, parte coi danari le indusse a militar nell’esercito suo. Contuttociò un’ostinata difesa fecero gli assediati, con beffar eziandio ed ingiuriar i Romani. Un di coloro, vedendo un dì l’imperadore, il caricò di villanie. Allora un arciere persiano si esibì di rispondergli, e gli tirò così aggiustatamente uno strale, che colpitolo il fece rotolar morto giù dalle mura. Intanto veggendo Zenobia che a Palmira s’assottigliava la vettovaglia, stimò meglio di ritirarsi sulle terre de’ Persiani; ma fuggendo sopra dei dromedarii, fu presa per via dai cavalieri che le spedì dietro Aureliano, e prigioniera fu a lui condotta. Grande strepito ed istanza fecero i soldati perchè egli castigasse colla morte la superbia di costei; ma Aureliano non volle la vergogna di aver uccisa una donna, e donna tale. La città dipoi ridotta all’agonia, dimandò ed ottenne qualche capitolazione. V’entrò Aureliano, e perdonò al popolo, ma non già ai principali, creduti consiglieri di Zenobia, a’ quali, come a seduttori ed autori di tanti mali, levò la vita. Fra questi fu compreso2546 Longino, celebre filosofo e sofista, e maestro o segretario della medesima, convinto di aver egli dettata l’albagiosa ed insolente risposta che Zenobia avea data alla lettera di Aureliano. Soffrì Longino con tal fortezza la morte, ch’egli stesso consolava gli amici venuti a deplorar la di lui sciagura. Perdonò anche Aureliano, per quanto si crede, a Vaballato, uno de’ figliuoli di Zenobia; e truovasi una medaglia2547, in cui si legge il suo nome col titolo di Augusto, e nell’altra parte quello di Aureliano Augusto. Quando sia vera (del che si può dubitare), sarà stata battuta in uno dei precedenti anni, e prima della soprascritta tragedia. Di Herenniano e Timolao, due altri figliuoli di Zenobia, non si sa ben qual fosse la sorte loro. Zosimo parla d’un solo figliuolo di Zenobia, condotto in prigionia colla madre. Vopisco, all’incontro, scrive che Zenobia sopravvisse molto tempo cum liberis nelle vicinanze di Roma. Questo si può intendere anche di figlie, che certo essa ne avea; ma Trebellio Pollione2548 c’insegna che Zenobia co’ suoi due figliuoli minori Herenniano e Timolao fu condotta in trionfo a Roma. Fu poi di parere esso Zosimo che Zenobia nell’esser condotta in Europa, o per malattia, o per non voler prender cibo,