Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/513

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morisse per istrada, vinta dal dolore della mutata fortuna; o per non soffrire la vergogna d’essere condotta in trionfo. Merita ben qui fede Vopisco, il quale più vicino a questi tempi ci assicura ch’ella giunse a Roma, e visse molto dipoi, come dirò all’anno seguente. Anche Giovanni Malala2549 attesta che l’infelice principessa comparve nel trionfo romano di Aureliano, fallando solamente nell’aggiugnere che le fu dipoi tagliato il capo. Zonara2550 rapporta su questo varie opinioni. Possiamo ben poi credere a Zosimo2551, allorchè racconta avere Aureliano spogliata Palmira di tutte le sue ricchezze, senza rispettar nè pure i templi: il che fatto, si rimise in cammino, e tornò ad Emesa2552, dove forse il trovarono le ambascierie de’ Saraceni, Blemmii, Assomiti, Battriani, Seri (creduti i Cinesi), Iberi, Albani, Armeni ed Indiani, che gli portarono dei suntuosi regali. Trattò con superbia e fierezza i Persiani, gli Armeni e i Saraceni, perchè aveano prestato aiuto a Zenobia. Rimesso dunque in pace l’Oriente Aureliano passò lo stretto di Bisanzio per tornarsene a Roma, menando seco Zenobia e i di lei figliuoli2553. Informato che i popoli carpi aveano fatta un’incursione nella Tracia, andò a trovarli e li disfece: e perciò il senato romano, che gli avea già accordato i titoli di Gotico, Sarmatico, Armeniaco, Partico ed Adiabenico, il nominò ancora Carpico. Se ne rise Aureliano, e scrisse loro che si aspettava ormai d’esser anche intitolato Carpiscolo, nome significante una sorta di scarpe, e da cui poscia è a noi venuto il medesimo nome di scarpa. Ma eccoti arrivargli avviso che i Palmireni s’erano ribellati, con aver tagliato a pezzi Sandarione, e secento arcieri lasciati ivi di presidio. Con tal sollecitudine tornò egli indietro, che all’improvviso arrivò ad Antiochia, e spaventò quel popolo, intento allora a’ giuochi equestri. Aveano tentato i Palmireni d’indurre Marcellino, governatore della Mesopotamia e di tutto l’Oriente, a prendere il titolo di Augusto. Gli andò egli tenendo a bada, ed informando intanto di tutto Aureliano; ma coloro, non vedendo risoluzione di lui, dichiararono poi imperadore un certo appellato Achilleo da Vopisco, Antioco da Zosimo. Giunse Aureliano a Palmira quando men sel pensavano, e presa quella città senza colpo di spada, fece mettere a fil di spada tutto quel popolo, uomini, donne, fanciulli e vecchi, con furore d’inudita crudeltà, benchè poi, tornato in sè stesso, scrivesse a Ceionio Basso di perdonare a quei che restavano in vita. Zosimo pretende che egli per isprezzo non facesse morire quel ridicolo imperadore creato dai Palmireni. Ordinò egli ancora che si ristabilisse come prima il tempio del Sole messo a sacco dai soldati, deputando a tal effetto buona somma d’oro e d’argento. Del resto fece spianare quella città, le cui rovine, visitate a’ tempi nostri dagli eruditi inglesi, ritengono ancora molti vestigii dell’antica lor maestà. Già dicemmo che Zenobia nelle sue prosperità avea usurpato al romano imperio l’Egitto. Ora Aureliano, mentre nell’anno addietro faceva a lei la guerra in Oriente, spedì Probo2554 il qual fu poi imperadore, con delle soldatesche, per ricuperar quella ricca ed importantissima provincia. Nel primo combattimento sbaragliò Probo i nemici: nel secondo ebbe la peggio: ma, ripigliate le forze, tanto si adoperò, che mise quella nobil contrada sotto il comando de’ Romani, ed aiutò poi Aureliano a ripigliar l’Oriente nel resto della guerra coi Palmireni. Pareva dopo ciò che l’Egitto avesse da goder pace, quando un Marco