Pagina:Arabella.djvu/104

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dal volto roseo e liscio come quello d’un bamboccione, a ventisette anni non aveva ancora trovata una strada, che conducesse a divertirsi senza far debiti. Questi erano in parte conseguenza della sua leggerezza, e in parte conseguenza dell’avarizia paterna, che lesinava l’elemosina a un povero figliuolo: al punto che il buon zio Borrola aveva dovuto in varie riprese soccorrerlo del suo e aiutarlo a pagare i così detti debiti d’onore.

Ragazzo un po’ fatuo, ma non antipatico e non cattivo nel fondo, buon compagnone, largo di cuore e di mano, sotto l’apparenza dell’uomo forte e prepotente c’era in Lorenzo la bonaria spensieratezza del prodigo e l’incapacità morale di resistere alle tentazioni, tanto a quelle che vengono dal diavolo come a quelle che vengono dall’angelo custode. Una buona moglie poteva essere l’angelo custode, e poi chè papà Tognino sentiva di esercitare un forte dominio sul carattere fiacco del figliuolo, pigliò l’idea come si piglia una mosca in aria, chiuse il pugno e non la lasciò più scappare.

Fu nel corso di questi pensieri, che frequentando per gli affari dell’amministrazione i dintorni di Chiaravalle e di San Donato, il vecchio Maccagno incontrò in varie riprese la figurina simpatica e non comune di Arabella Pianelli, seppe chi era, indovinò nell’aria modesta e seria della ragazza una donnina di valore e come se lo colpisse una ispirazione poetica, esclamò nel suo cuore: — Perchè no? ci sarebbe anche un’altra convenienza. Ho nell’idea che una ragazza così aggiusterebbe la testa a quell’asino...

Fu la natura primitiva che la vinse sulle ragioni