Pagina:Arabella.djvu/108

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la vita è una bastonata e una carezza, una carezza e una bastonata.

Arabella, dubitando di fare un sogno strano, sperava sempre di risvegliarsi a Cremenno. Stentava a persuadersi che Dio volesse chiedere tanto da lei, servirsi di lei per operare tanti prodigi, strapparla di punto in bianco al suo nulla per buttarla anima e corpo in mezzo agli uomini e alle cose: le mancava il cuore, le tremavano i ginocchi...

Il signor Tognino non poteva mostrarsi verso di lei più cavaliere, più remissivo. Lontano dal far sentire la superiorità del suo beneficio, era in lui continuo lo sforzo per rimovere le ultime paure e le ultime diffidenze della fanciulla.

— Sappiamo che lei rinuncia alla sua vocazione — le diceva — cioè alla mano dello sposo celeste per sposare questo bel mobile; ma il Signore non è geloso. E noi siamo tutti interessati a farla star bene, come se andasse in paradiso.

E qualche volta, tirandola in disparte, mentre le carezzava la mano, le sussurrava con tono paterno:

— Lei deve fare la mammina a questo figliuolo e vedrà che a poco a poco me lo ridurrà come un agnello. Lorenzo non è mica cattivo; se ha un difetto, è di essere troppo di pasta dolce; si lascia menar via dalle occasioni. Non ha quasi mai avuto una mamma, si può dire, ed è cresciuto un po’ come le piante; ma lei deve ragionare anche la sua parte. Non per nulla sono venuto alle Cascine a cercare una nuora a dispetto di chi mi offre le duecento e le trecento mila lire. Che importa a me il denaro? quel che voglio è una donnina savia, giudiziosa, con del criterio, che metta casa anche a me, che son vecchio, e mi dia presto dei nipotini.