Pagina:Arabella.djvu/119

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mondo remoto. L’occhio di Angelica era splendente e sereno, la sua voce calda, misteriosamente eccitata ed eloquente, come se veramente parlasse in lei uno spirito superiore. Forse era vero quel che dicevano i suoi, che in certi momenti essa aveva l’ispirazione divina.

Arabella alzò la testa e lasciò che Angelica accomodasse un poco i suoi capelli scomposti dall’agitazione e per la prima volta vide la possibilità di considerare sè stessa e le cose della sua vita sotto un lato meno ristretto e meno personale. Mentre prima essa sforzavasi a collocare sè stessa in un piccolo dovere scelto da lei e accomodato ai suoi istinti, ora sentì quel che vi può essere di nobile e di santo nella rinuncia della volontà.

La monachella lasciavasi trascinare dall’ordine delle cose a compiere il dovere scelto da Dio.

Stringendo le mani di Angelica, contemplando la miseria e la nudità di quella povera stanza, dove l’infelice compieva pregando, sorridendo e cantando, il suo lento sacrificio, l’anima viva e impressionabile della giovinetta, provò un principio di quell’entusiasmo, che faceva così felici gli altri all’idea del suo matrimonio.

Rimase in compagnia dell’ammalata, in intimi e caldi discorsi, finchè il sole non cominciò a nascondersi dietro i pioppi, e se ne venne via col cuore cambiato. Scese la scaluccia, e attraversata l’aia, infilò il viale, sentendosi un gran calore al viso, come se avesse attraversato una fiamma. Sul crocicchio delle due stradette s’incontrò in papà Paolino e gli si mise al fianco.

Il buon uomo, dal dì che aveva posta sul tappeto

E. De Marchi - Arabella. 8