Pagina:Arabella.djvu/153

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bante a dir di sì. Qualche cosa era venuta meno in lei colla perdita della sua prima speranza. Essa sentiva (ah! lo sentiva troppo ora nella languidezza del suo stato) che non avrebbe mai potuto amare un uomo senza idee e senz’anima. Ora non aveva più altro bene a cui rivolgere il suo pensiero; la paura, il mistero, lo scoraggiamento morale la circondavano da tutte le parti. Non poteva sperare nella sua mamma: egoisti tutti, egoisti tutti... E piangeva, avvolgendosi nelle coltri, quasi più di rimorso che di dolore, mentre la nebbia del lungo inverno scendeva a riempire il triste cortile e a togliere la poca vista del cielo.

Qualche volta, nella languida dolcezza della convalescenza, l’occhio velavasi in un sonno leggero e ristoratore, durante il quale la mente seguiva in sogno più agili le memorie della fanciullezza, in modo speciale quelle verdi e ridenti portate via da Cremenno, memorie in cui entravano viottoli, prati, torrenti lucicanti, chiesine coperte d’edera, popolate di rondini, litanie e melodie d’armonium preludianti a visioni che suscitavano nel suo giovane cuore palpiti di amorose trepidazioni. Era la poesia della sua anima, che nell’abbandono delle forze e della coscienza, usciva a carezzarla. Ma la prosa, cioè la verità, l’aspettava al suo risvegliarsi. Sentiva che non l’avevano maritata perchè fosse felice; ma perchè col suo sacrificio placasse un cattivo destino che pesava da un pezzo sulla sua famiglia. Monaca o maritata, vestita di sacco o di velluto, essa era sempre la vittima dell’espiazione, la figlia del suicida raccattata per carità, maritata per interesse, girata di mano in mano come una cambiale. Che ore di