Pagina:Arabella.djvu/182

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rebbe vedermi impiccato. Che ne so io di questi pasticci? Io faccio il sarto, vedo e non vedo, sento e non sento, piglio da tutti e non m’intrigo nei pettegolezzi. Di che carte mi parlano?

— Senti, il mio bravo Pietro, noi non facciamo nessun aggravio a te. Sappiamo bene che sei un galantuomo e che anche tu devi obbedire al più forte. Lasciamo stare quel che puoi aver detto o meno: e aiutaci a depurare la verità. L’hai sorvegliata tu la morta la notte avanti al funerale? Sì? bravo, bravo. Ed eri solo in camera?

Il Berretta, coi dieci diti delle mani irrigiditi in aria, faceva ogni sforzo per poter dir di no, un bel no, che l’avrebbe salvato dal rispondere altri sì; ma non seppe sputarlo fuori. La strada del male non era la sua e il diavolo non aiuta che i suoi.

— E in quella notte non è venuto il sor Antonino?

— Vuol dire il sor Tognino — corresse per la terza volta il canonico.

— Di’ la verità, non c’è nulla di male.

— Bisogna che io mi ricordi — sillabò, alzando gli occhi alla vôlta, e portando alla bocca la punta d’una mano.

— Eh, eh, guarda il balordo — sogghignò don Giosuè, andando colle mani fin sotto il naso del suo galantuomo.

— Noi non dobbiamo far violenze alla coscienza, caro don Giosuè. Bisogna pure che il nostro Berretta si ricordi e verifichi il fatto, spiritu et veritate. Non gli vogliamo far del male, si sa; nè lui è uomo capace di far del male al prossimo, mentre ci può essere della gente interessata a far del male a lui.