Pagina:Arabella.djvu/260

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— Ah, ah, ah... — esclamarono diverse bocche, ed erano i pochi a cui questa circostanza arrivava nuova.

Gli altri, come se non potessero resistere al fascino di quei tre diti che l’avvocato teneva alti sulle loro teste, si mossero e ballarono sulle sedie.

— Quarto! La confessione del Berretta fece tanto paura al nominato Tognino Maccagno, che egli cercò subito di infirmarla, e non potendo sottrarre un uomo come si sottrae una carta, procurò di diminuirne la credibilità, coll’accusare un povero uomo di furto qualificato e facendolo tradurre come un malfattore in carcere. Il signor Maccagno vuol dimostrare con ciò che il testimonio è bugiardo, perchè è ladro: noi andremo più in fondo, o signori, e sapremo dimostrare che il signor Maccagno è ladro, perchè è bugiardo...

— Bravo, bene... — scoppiò da varie parti.

L’ambiente si riscaldava. Tutti si guardavano in viso con occhiate piene di calore, che sommate produssero una corrente di simpatia verso il valentuomo, il quale con animata eloquenza e ferrea dialettica sapeva così bene interpretare ciò che ognuno sentiva nel cuore come un gruppo ingarbugliato. La solidarietà dell’impresa faceva scomparire le differenze sociali e nel comune interesse tutti si sentirono alleati e fratelli. Fu per qualche tempo un agitato muoversi di braccia e di gambe; chi lodava l’argomentazione dell’avvocato, chi l’avvedutezza di don Giosuè, chi si fece rosso per il gusto e per la speranza, chi per poco non si sentì il testamento in saccoccia. E l’avvocato, tenendo sempre elevati e diritti i suoi quattro diti, lasciò passare con un sorriso di compiacenza il piccolo subbuglio; poi, aggiungendo ai