Pagina:Arabella.djvu/261

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quattro diti grossi anche il mignolo, gridò in tono di vittoria:

— Quinto!

Il silenzio divenne di nuovo perfetto. Si sarebbe sentito volare una mosca.

L’Angiolina, che non poteva più stare nei vestiti, si alzò, si voltò verso la platea e sollevata anche lei la sua mano grossa e aperta come un ventaglio, gridò anche lei:

— Quinto!

— Nuova e preziosa testimonianza abbiamo in persona, che il segreto professionale m’impedisce ora di nominare, la quale è in grado di provare che il signor Maccagno entrò veramente nella stanza della defunta, mise sottosopra roba e carte... cercò nei cassettoni... frugò nello stipo... nel letto medesimo dove la morta giaceva. A che scopo? A cercar che?

E mentre l’avvocato lasciava cadere queste gravi parole, come altrettante goccie d’oro colato, era a vedersi la diversa espressione delle faccie, certi occhi imbambolati, certi cordoni del collo tesi, certe bocche semiaperte a gustare tutto il sapore di quelle grandi cose. I cuori s’eran fatti duri e stretti, non respiravasi più per non disturbare. L’oratore, continuando in un tono domestico, come tra parentesi, conchiuse:

— Qui non posso dir tutto, ma ciò che dirò in tribunale sarà abbastanza pel signor Maccagno. A ogni modo voi vedete che se l’eredità fatta dal suddetto signore è splendida, non si può con egual sicurezza dimostrare che essa sia solida e invidiabile! Oh! noi non andremo a impugnare i testamenti di ferro; ma inviteremo il fortunato erede a confutare i nostri testimoni e a dimostrare al giudice e al pub-