Pagina:Arabella.djvu/296

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 290 —

la quiete e la facoltà di esaminare e di ragionare sugli avvenimenti.

Cento pensieri, cozzando tra loro, finiscono col rompere il filo del raziocinio.

Stanco e come fiaccato nella testa e nelle gambe, cadde sopra una sedia, e rimase tutta la notte, così appoggiato, coll’occhio aperto e fermo nel buio, in agguato se mai sentisse venir su un passo. Essa non tornò più. Non tornò nemmeno lui, nemmeno lui, l’assassino.

I tristi avevano avvelenata l’unica fonte non amara della sua vita. I tristi...

Arabella li aveva giudicati tutti...

E cogli occhi spalancati nel buio, quanto fu lunga quell’eterna notte, il vecchio affarista, mezzo febbricitante, percorse a galoppo la storia della sua vita, parlando affrettato con sè stesso, come chi vuole persuadere un ostinato o ingannare un diffidente, attonito, intimorito davanti a una coscienza nuova, che sorgeva a rimproverarlo e ch’egli cercava di spaventare come si caccia via un uccellaccio notturno.

E finalmente il giorno, colla sua luce chiara e, se si può dir così, ragionevole, venne a por fine a un tormento inutile.

Si mosse più risoluto, e, uscito sul pianerottolo, trovò l’uscio ancora aperto, l’appartamento vuoto, silenzioso, morto. La lampada del salotto mandava gli ultimi guizzi contro i raggi d’oro del sole, che battevano sulla finestra. Il temporale della notte lasciava dietro una giornata splendida.

Si mosse per le stanze deserte, spinse le portine della stanza da letto, vi entrò, come se sperasse di