Pagina:Arabella.djvu/361

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padre? — uscì a dire con amaro sarcasmo. — Bene! e io metterò te al posto che meriti...

— Il marito sono io...

— Che, che, che... — balbettò il Botola, cacciando in mezzo la sua faccia pallida e rugosa, coll’aria di un uomo che stenta a capire o finge di non capire. — Voi non mi farete una brutta scena, adesso. Siete in casa mia: non ve lo permetto. Vergogna!

I due Maccagno si guardavan coll’occhio fisso, invelenito, in atto di sfida, l’uno col capo curvo e irrigidito, appoggiato colle due mani allo schienale della sedia; l’altro, il giovane, ritto e impettito nella sua spavalda vigoria d’uomo forte e ignorante.

Aveva un bel predicare l’amico conciliatore, di dietro al tavolo zoppo delle sue anticaglie: quei quattro occhi cattivi non si torcevano, ma continuavano a dirsi delle cose cattive.

— Da quando si è vista una scena simile? tra padre e figliuolo? vergogna! E c’è di mezzo una brava e buona signora che merita rispetto...

Così il Botola: ma predicava ai sordi. Quei due uomini avevano dell’odio negli occhi e nel cuore...

— Tu metti tuo padre alla porta... — riprese a dire finalmente con voce sconnessa e indebolita dall’ira il vecchio, alzando una mano fin sotto il viso del ragazzo. — Tu fai lega co’ suoi nemici; tu lo tratti come un ladro; tu gli avveleni la vita, la vecchiezza; tu porti la vergogna e lo scandalo nella sua casa; tu gli rinfacci tutto ciò che ha fatto per il tuo bene; tu gli butti sul viso un insulto infame... non figlio, ma assassino di tuo padre...

E come se a un tratto balzasse infuriando l’ira, che un resto di coscienza teneva incatenata, il vec-