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chio Maccagno saltò colle due mani al viso di Lorenzo, lo investì, lo sospinse fin contro la parete, dove egli si lasciò spingere, cedendo, spaventato, avvilito, facendosi scudo della faccia col bastoncino, che stringeva nella mano, respingendo coll’altra l’assalto senza offendere, mormorando con un profondo gemito:

— Non toccarmi...

Il pignoratario si cacciò in mezzo. Era una brutta scena, forse non ne aveva mai viste di più brutte. Gli rincresceva principalmente che la faccenda avesse presa una piega cattiva, che rendeva più difficile l’opera sua d’intermediario tra Olimpia e un vecchio amico denaroso.

E poichè Lorenzo, quasi affascinato dagli occhi piccini di suo padre, insisteva a rispondergli cogli occhi insolenti, in atto di sfida, il pignoratario lo rivoltò colle sue mani ossute di scheletro, lo cacciò verso l’uscio, ripetendo: — Va via, va via! — Il giovane si lasciò spingere un poco e quando fu sulla soglia, come se volesse confermare ciò che aveva detto, si voltò ancora verso il babbo e alzò il bastoncino come una spada.

— Va via! — e lo chiuse fuori sui pianerottolo con tanto di catenaccio, che sonò come quello di una prigione.

Tognin Maccagno rimase attaccato alla sedia per non cadere. Il suo corpo tremava tutto. Un pensiero buio e malvagio gli divorava la vita. Delle cento parole che il Botola gli disse in quel momento, non ne afferrò una, come se l’avessero colpito con una mazza sulla testa.