Pagina:Arabella.djvu/388

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nirono coll’affogare un’anatra che l’oste servì per selvatica.

Il Botola, dopo averlo cercato inutilmente al club, al caffè, da Olimpia, dal Campari e perfino in Borsa, fu abbastanza fortunato di trovarlo verso le dieci e mezzo, solo, davanti a un bicchierino di cognac, seduto a un tavolino del caffè Biffi, quasi nel mezzo della Galleria, raccolto come un filosofo pessimista a meditare sulla caducità delle cose umane.

Non fu troppo agevole per il vecchio pignoratario di fargli intendere la brutta notizia. Il medoc, il marsala, il cognac, l’orso e l’anatra della Cagnola combattevano una strana battaglia contro lo stomaco, mandando aliti e fumi e vertigini al povero cervello.

Pieno e indurito come una botte, della gran lotta della vita non gli restava che un senso o per dir meglio una reminiscenza dolorosa in fondo a quel resto di memoria che sornotava al vino e al cognac, simile al dolore d’un dente strappato male, che lascia in bocca l’impressione di un’immensa caverna.

Attraversando con rapide vertigini le scene della sera prima, della notte in casa del pignoratario, del suo incontro con papà, delle male parole dette e udite, uscivano come da un miscuglio oscuro di sensazioni le immagini più vive e chiare di Olimpia e di Arabella, le vedeva cozzar tra loro, alzava una mano per separarle, mormorando parole che arrestavano i passanti, finchè crollando il capo, rideva anche lui, facendo ridere la gente col ritornello dell’Ara bell’Ara discesa Cornara... — una fanfaluca fanciullesca, che gli tornava sulla bocca per un travaso di sensazioni lontane e recondite.