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mente, avrebbe amato suo marito sinceramente, se Dio salvava il povero figliuolo dal disonore. E come se avesse già ricevuto un affidamento di grazia, asciugò gli occhi, entrò in casa non vista, andò a prendere tutto il denaro che papà Paolino aveva messo in disparte per lei salì in camera, scrisse due righe alla mamma, scusandosi con un pretesto di dover andare improvvisamente a Milano, e consegnò la lettera al Pirello. La mamma fin dalle prime ore del giorno era occupata a San Donato e non tornava che a sera. Papà Paolino il martedì andava sempre a Melegnano.

Uscì col mantello piegato sul braccio, col velo in mano, e andò a raggiunger Ferruccio.

Questi s’era lasciato cadere sul praticello davanti al camposanto come se le gambe gli mancassero sotto. E rimase alcun tempo colla testa nelle mani, accoccolato, nella piena solitudine, sotto gli occhi dei morti a gemere, a soffrire, a languire, come se perdesse il suo giovine sangue da una ferita aperta.

Sul suo capo cinguettavano i passeri tra i rami di un vecchio noce. Con rapidi frulli d’ale stormi di uccelli scendevano e uscivano dal recinto, posandosi sulle povere croci avviluppate d’erba, quasi inghiottite dalla terra, in una pace dolce e profonda che abbiamo torto di temere.

A poche miglia da quelle croci lo aspettavano i più feroci dolori, una condanna, la reclusione, una macchia, la vergogna per tutta la vita. E il dolore delle due povere donne? Allo strazio si mescolavano non meno feroci impeti di sdegno. No, non l’avrebbero preso. Si sarebbe ammazzato prima.

A questi gridi della maggior disperazione sotten-