Pagina:Arabella.djvu/442

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― Ho già parlato col ragazzo e gli ho fatto capire che gli conviene fidarsi di me. Mi sta a cuore anche a me, povero figliuolo, perchè ho conosciuta la sua mamma e con queste donne siamo amici vecchi. Ci sono delle circostanze attenuanti, che non gli fanno disonore... Quindi gli conviene mettersi nelle mie mani.

— O povero martire! — scoppiò a dire lagrimando la Colomba.

— Non esagerate il male, benedette! Anzi fategli coraggio e persuadetelo a seguire il mio consiglio. Credete forse che lo si abbia a caricare di catene e a far marcire in un tetro carcere come si diceva una volta? Saranno due o tre mesi, al più, di ritiro, una specie di esercizi spirituali, che a un giovane un po’ vivo non faranno male.

— O Signore... — balbettò la Colomba. — Quel ragazzo mi muore.

Arabella aggrottò la fronte in un pensiero doloroso.

— Benedetta gente! — riprese dopo un istante il povero Galimberti, che non aveva il cuore di sasso. — Tutto quello che io posso fare è di tirar in lungo la pratica, per lasciargli il tempo, va bene?, di preparare terreno. Così nessuno si accorge nemmeno ch’egli sia scomparso. Dà ad intendere d’aver trovato un posto, che so io? a Bergamo, a Como, a Melegnano... va bene? e tra quindici, venti giorni, una mattina, dietro un mio biglietto, viene da me, quieto quieto, noi lo esaminiamo in camera caritatis, lo trattiamo con indulgenza. Se poi si comporta bene, io lo farò accettare negli uffici d’amministrazione, dove, tranne il catenaccio, è come esser qui. Vedete dunque che in realtà si riduce a una commedia;