Pagina:Arabella.djvu/443

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mentre se invece vuol suscitare rumori, scandali, o pretende che la legge si abbia a cangiare pe’ suoi begli occhi, allora si taglia la strada sotto i piedi, lega le mani a noi, ci compromette e da un maluccio fa nascere un malaccio.

— Posso quasi assicurare che il giovane non sopporterà il suo disonore — prese a dire Arabella con accento che aveva in sè qualche cosa di tagliente e di sprezzante.

— A ogni modo non possiamo sopportarlo noi, non è vero, Colomba?

Il Galimberti aprì le due braccia come se volesse dire: — Non c’è rimedio... — e voltò la faccia verso il muro per non saper che cosa rispondere.

— Il signor delegato che dice di voler bene a queste povere donne vorrà, come ha promesso, tirar le cose in lungo.

— È tutto quello che posso fare, cara la mia signora: e lo farò volentieri, perchè non solo voglio bene a queste povere donne, ma il figliuolo mi ricorda la sua povera mamma. La Colomba sa che... che... che... — E con una scossa del capo si sforzò d’inghiottire un grosso stranguglione di reminiscenze.

Arabella si alzò, e trasse in un angolo vicino alla finestra il delegato, mentre la Colomba pareva diventata sulla sedia un sacco di stracci. Prese famigliarmente le mani del pacifico tiranno e gli mosse una serie di questioni, alle quali egli rispose benevolmente, fissando con crescente meraviglia gli occhi negli occhi di questa cara donnina, che gli parlava con tanto calore e con tanta seduzione. Il mestiere non gli aveva ancora fasciato il cuore d’una