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glieva gli arnesi del mestiere. Là dentro l’aria e il sole entravano liberamente per le finestre non difese che da logore impennate coi piombi scassinati, con ragnatele al posto dei vetri. Entravano nella chiesina le rondini, che avevano i nidi sotto le cornici di gesso; entravano i bimbi e le galline per la porticina sempre aperta sui campi, nella quale nei quieti meriggi di estate soffiava l’aria calda e profumata del fieno agostano ch’essiccava sul prato.

Arabella, sfuggendo alla sua malinconia, si rifugiava spesso alla Colorina, costeggiando un lungo canale d’acqua corrente e lucida, chiuso tra due filari di salici. Entrava, e chiuso col saliscendi interno la porta sconnessa, si trovava subito con Dio e colle ultime rondini dell’anno a riflettere sulla sua vocazione, a meditare sui dolori della terra e sulle immense cose che riempiono il cielo, a pregare per l’anima bisognosa del povero papà. Più che leggere nel libro di devozione, leggeva nella pagina azzurra del cielo, che dal suo banchetto vedeva attraverso a una larga finestra ovale: ed era un assopimento leggero di tutti i sensi in una visione senza contorni, nella quale sentiva diluire la sua piccola vita in un mare di gaudio.


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Era la vigilia della Madonna di settembre. Arabella verso sera affrettavasi a dare gli ultimi punti al bucato della quindicina, di cui aveva davanti una cesta piena, sotto la finestra della sua camera, quando vide entrare papà Paolino più triste e più malato del solito. Si mise a sedere con l’aria stracca dell’uomo

E. De Marchi - Arabella. 6