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Pagina:Archivio della R. Società Romana di Storia Patria - Vol. XVI.djvu/153

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La «universitas bobacteriorum Urbis» 149

none era di tre soldi e quindici some di legna[1]. E questo deprezzamento non finì del tutto nei secoli xiii e xiv, giacchè, ad esempio, gli Stefaneschi possedettero, infino al principio del secolo xv, Porto, per l’annuo canone d’un cignale[2]. Per quanto questi canoni non abbiano talora alcun ragguaglio col valore intrinseco del fondo, servendo essi solo a riconoscimento del diretto dominio, la facilità con cui le terre si concedevano e la parvità del canone, di cui si appagava il proprietario, stanno a dimostrare anche il deprezzamento, cui abbiamo accennato.

Con ciò si vede ben chiaro quanto poco frutto si potesse ricavare dalla campagna, e come facilmente sull’agricoltura dovesse prendere il predominio l’allevo del bestiame, che avea il comodo di giovarsi dei vastissimi pascoli a causa dei numerosi luoghi incolti dell’Agro romano. Durante il secolo x e xi noi ci troviamo dunque dinanzi a questa nuova classe, dei proprietari di bestiame che va, fino al secolo xiv, aumentando di numero, di ricchezza e conseguentemente di importanza sociale e che, con nome generale, vengono appellati bobacterii. Come ben osservò il Reumont[3], se l’agricoltura giaceva in mano dei bobacterii, il nome stesso di questi indica ancora la prevalenza dell’allevamento del bestiame. Questa classe dovette quindi ben presto unirsi alle altre più importanti e forse associarsi a quella universitas mercatorum che vedemmo tanto in potenza verso la metà del secolo xii.

Mancandoci fonti dirette, abbiamo tentato, per mezzo di quelle indirette, di fissare l’epoca e l’origine della classe dei bobacterii, la quale del resto, come tutte le altre di Roma, non acquistò un vero valore se non nei secoli xiii

  1. ↑ Annal Camald. II, append. p. 251 e IV, 85, 185.
  2. ↑ Coppi, Dei luoghi una volta abitati &c. in Atti dell’Accad. di archeol. VIII, 46-7.
  3. ↑ Gesch. d. St. Rom. III, par. I, p. 36 sg.