Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 12 (1870).djvu/313

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fra venezia e ravenna 19

non ha significato. Notevole fatto è piuttosto questo che entrambi dettero l’esempio dei divorzio1.

E per nostra mala ventura si assomigliarono ancora nello spogliare le città d’Italia dello più preziose opere a 1 a 2

a 3

  1. Le nozze di Carlo con la figliuola del re Desiderio erano pegno di pace o almeno di tregua fra i Franchi ed i Longobardi stanchi dal lungo combattere: ma queste nozze non piacquero per nulla al papa che per esse vedea Carlo intiepidito nell’antico proposito di difendere ed arricchire la Chiesa, e le felicitazioni e gli augurii che gli mandò per le sue nozze furono questi: Quae est enim praecellentissimi filii, magni regis talis desipientia ut penitus vel dici liceat quod vestra praeclara Francorum gens quae super omnes enitet et tam splendiflua ac nobilissima regalis vestrae potentiae proles perfida quod absit ac faetentissima Langobardorum gente polluantur quae in numero gentium nequaquam computatur da cujus natione et leprorsum genus oriri certum est? (a) E per questo con quello che segue viene a dire: Non c’è che un pazzo che possa credere che vi vogliate impacciare in sì abbominevole contagio: che la nobilissima prole de’ Franchi voglia macchiarsi con la perfida e puzzolentissima gente dei Longobardi che non si conta fra le nazioni e che dette per certo origine ai lebbrosi.
           Questa nimicizia del papa persuase forse a Carlo di ripudiare Ermengarda, e per quanto il Muratori, per ossequio alla dignità di chi la scrisse, mostri di sperare che la lettera può essere apocrifa, essa è sempre più autorevole della cronaca del monaco di San Gallo mista di favole e scritta un secolo dopo, nella quale si legge che Ermengarda fu ripudiata Quia esset clinica ad propagandam prolem inhabilis judicio sanctissimorum sacerdotum relicta velut mortua(b). E pur non è inverosimile che anche il monaco dica vero, e che senza diretta ingiunzione persuasione del papa, quei sacerdoti, conoscendo l’ira sua pel matrimonio di Carlo, si conducessero a credere che la sposa fosse inferma e si potesse, siccome sterile, legittimamente ripudiare.
           Nondimeno non si è mai ritrovato che il ripudio fosse fatto con l’autorità della Chiesa, ed apparisce manifesto che apportò grande scandolo fra le genti.
           Eginardo, notaio di Carlomagno e tanto bene informato delle azioni sue, sembra rifuggire dai particolari di questo fatto, del quale forse biasimava egli e senti biasimare da altri il suo signore: ricordata la cosa, dice non averne saputo il motivo, e passa oltre. Ma Pascasio Radberto, che scrisse la vita di S. Adalardo cugino di Carlomagno, narra che sendo questi ancor garzoncello alla corte, veduto Carlo menare in moglie Ildegarda e villanamente cacciare la speciosa ed innocente figliuola del re Desiderio, fu così commosso nel cuore clic acceso di santo sdegno volle ancor giovinetto rinunziare al secolo onde non essere più impacciato in queste turpitudini.
  1. Cod. Car. Ep. 45.
  2. Lib. II, 26, Rer. Franc. T. V., pag. 131.
  3. Muratori, Annal., a. 771