Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 12 (1870).djvu/362

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68 i porti della maremma senese

intanto, giudicando non lontano il giorno di dover difendere con le armi lo Stato o contro l’imperatore o contro il papa, fece visitare i Porti e le terre della maremma da Baldassarre Peruzzi, e quindi dal suo discepolo Antonmaria Lari, e provvide a fortificarne i casseri e le muraglie. Il celebre architetto senese visitò le fortezze della maremma nel 1532, e ne scrisse alla Signoria un prezioso ricordo1. Le mura di Port’Ercole e di Talamone furono trovate in cattivo essere, mal fondate e con cretti; e quelle di Talamone poi così basse, in ispecie dalla parte di mezzogiorno, che era molto di bisogno il finirle, essendo «una facile scala in quella parte verso el mare a’ Turchi e Mori»2. Alcuni restauri si fecero, ma insufficienti; e crescendo i pericoli per la guerra che più viva che mai riaccendevasi tra l’imperatore ed il re di Francia, le fortezze della maremma furono visitate dal Lari, che attese ancora alla fabbrica delle mura di Grosseto, ai restauri delle fortificazioni di Talamone (1541), e diede il disegno delle muraglie e della fortezza di Port’Ercole, già minacciato dall’armata di Chayreddin Barbarossa.

Era questi venuto nelle acque d’Italia in soccorso del re di Francia con una fortissima armata, causa di molto spavento a tutti i paesi del nostro littorale. La Balìa mandò commissari a fortificare e munire i Porti della repubblica, ne accrebbe la guardia, e vi raccolse buon numero di fanti scelti dalle battaglie dello Stato. Vi accorse anche don Giovanni de Luna con cinquanta fanti spagnuoli e con cento animosi giovani della città. Alla guardia di Port’Ercole, dove si supponeva sarebbe stato maggiore l’impeto del nemico, era capitano Carlo Mannucci. Frattanto il Barbarossa, avvicinatosi all’isola

  1. Già pubblicato dal Gaye nel Carteggio inedito degli artisti, e più recentemente dal dottissimo nostro amico e collega il cav. Milanesi nei Documenti per la Storia dell'arte senese (Tom. III, pag. 115).
  2. Milanesi, loc. cit., pag. 116.