Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 12 (1870).djvu/500

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206 società colombaria fiorentina

ancora diciottenne lo chiedeva aiuto nella Marucelliana, per i sei mesi che Francesco Inghirami veniva dispensato dall’ufficio: e il Consiglio de’ Ministri pregava il Principe d’annuire, in riguardo «al rispettabile e benemerito Bibliotecario». Vacò nel 34 il coadiutore per le lingue orientali nella Laurenziana; chiesero vari, e fra gli altri un tale, che fra i titoli metteva il tenere non so che amministrazione. E poteva dire d’esser un gran beccatore d’autografi! Non fu difficile al bibliotecario Del Furia escludere certi postulanti: altri ne pospose al figliuolo perchè ignari di greco e d’ebraico, nè paleogratì; mentre del suo Pietro attestava, che a quelle lingue s’era applicato con profitto, e già aveva collazionato su’ codici laurenziani la Storia varia di Eliano per il consigliere Iacobs di Gotha, le Familiari di Cicerone per l’Orelli di Zurigo, il Poema di Dante per il Witte di Breslavia e per il Nott inglese; al quale copiò la Storia dell’Avventuroso Ciciliano, pubblicata in Firenze nel 32, e l’anno dopo in Milano con più accuratezza. Così l’ebbe coadiutore, e nel maggio del 42 sottobibliotecario; associandolo alle molte collazioni ond’era ricercato dagli stranieri, e alla compilazione dei Cataloghi di cui ho parlato. Lavori lunghi e faticosi, che tolsero ai nostri vecchi bibliotecari il modo di venire in fama con opere proprie: per che dell’Abate Del Furia non posso citarvi una riga che sia a stampa. Ho cercato invano nell’archivio di questa Società tre Lezioni sue; nè pare le serbasse fra le proprie carte. Discorse in una degli Uffici di Cicerone, mostrando (cosi il Segretario ne fece ricordo negli Atti) «come senza i lumi della vera religione potò il filosofo moralista romano penetrare nella cognizione del vero e del retto, guidato solo dalla ragione e dalla scienza». Nell’altre illustrò due codici Laurenziani; quello che contiene la Storia de’ Narbonesi; romanzo del medico Follieri, volgarizzato dal francese per un Andrea da Barberino, ch’è testo di lingua: e quello di alcune opere di San Bonaventura (cod. IX del pluteo XXVII destro), fermandosi sull’opuscolo De ortu scientiarum, creduto inedito. Ma il collega nostro Anziani, che nell’ufficio del defunto Del Furia è degnamente succeduto, mi nota che a’ tempi del Bandini fu copiato per il padre Bonelli, minore osservante, il quale nella edizione trentina dell’Opere di San Bonaventura lo inserì.

Fu l’Abate Del Furia assiduo nel suo ufficio; sicuro nella paleografia delle tre lingue, e (come mi accerta chi fu seco parecchi anni) arbitro di tutte le difficoltà che s’incontrano in un esercizio così spinoso. Di poche parole, senz’abbordo, con brusca cera; parve talora men gentile a’ visitanti non sempre discreti, e ai poco intendenti men abile di quello che fosse. Ma come vi sono certe nature d’uomini che sanno far comparire il poco valsente, così ne son