Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/109

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rassegna bibliografica 105

cardinal Luigi d’Este, poco prima della sua morte accaduta alla fine del 1586, dettate in una lettera al Villeroi sulla composizione di tal collegio, dimostrano in qual modo, anche dopo la riforma cattolica della Chiesa, il sommo senato della medesima si giudicasse poco corrispondente ai bisogni del mondo cattolico. «Il Concilio di Trento ha detto molto saviamente, i cardinali dover essere scelti, quanto sia possibile, in tutte le nazioni cristiane. Ragionevole sarebbe dunque che la Francia, per essere, dopo il sacro impero, il primo e principalissimo regno cristiano, partecipasse al numero dei cardinali in proporzione della sua grandezza e vastità e dei suoi meriti colla Santa Sede. Ma essi dovrebbero ricordarsi che sono i consiglieri della Santa Sede e della Chiesa universale, venendo di quando in quando a far residenza in Roma. Siffatta residenza fa nascere quel che in altre condizioni non si sopporterebbe, l’Italia cioè, che non conta fra le parti maggiori del mondo cristiano, aver adesso meglio che due terzi, pressochè tre quarti del numero dei cardinali. Donde risulta, la porta del pontificato essere ormai chiusa a tutte le altre nazioni, ancorchè di diritto comune il papa sia papa dell’intera cristianità, e non già papa dei soli Italiani. Il cardinalato e il papato devono essere aperti alle persone di merito d’ogni nazione secondo le proporzioni richieste in qualunque comunità».

Così un cardinale e principe italiano scriveva nel mese di novembre del 1586. Non c’è bisogno d’aggiungere comenti.

La descrizione di Roma, della città e della società, sotto Gregorio XIII e Sisto quinto, coll’enumerazione delle fabbriche da quest’ultimo erette e degli abbellimenti da lui ideati, aggiunte alle notizie sulla di lui famiglia, in breve tempo dalla polvere a principesca grandezza salita ma presto scomparsa: tale è l’argomento del libro sesto che porta il titolo: La Guglia (II, 75-151). Il quadro che nel medesimo ci viene presentato della città, da Sisto quinto ornata, resa più comoda e in alcune parti veramente trasformata per mezzo di monumenti, vaste fabbriche, fontane, strade e dell’acquedotto che porta il di lui nome di Felice, ha il merito di evidenza e, nel suo insieme, di verità. Ma non è già compiuto nè sempre esatto, mentre gli fa torto l’essere piaciuto all’autore di dividerlo in