Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/149

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sui manoscritti d'arborea 145


5. Dicevamo poco sopra, che un dotto Italiano si propone di illustrare fra breve con documenti inediti tratti da archivi italiani la questione paleogratica mossa dal Jaffé; colla medesima occasione e coi medesimi nuovi documenti, comproverà viepiù l’inesattezza dell’asserzione del Tobler, che lo Statuto di Sassari del 1316 sia il più antico documento che, fuori delle Carte d’Arborea, ci rimanga in lingua sarda (Relazione, § 52). È notabile, come quasi tutti i fatti asseriti in quella Relazione dai dotti di Berlino, anche quelli che, quando pur fossero veri, non sarebbero di verun peso ad infirmare l’autorità delle Carte d’Arborea, vengono ad uno ad uno da ogni parte smentiti: a riprova dell’incredibile leggerezza, colla quale la preconcetta opinione della falsità di quelle carte fe’ loro trattare la questione.

6. Il Liverani soggiunge poscia: «La perizia paleografica per i codici, quando sia data da giudici competenti, non v’è pericolo che si trovi in contradizione coi caratteri intrinseci del monumento. Un occhio esperto non giudicherà del X secolo un codice che descrive la pila di Volta o telegrammi transatlantici». (pag. 6). Ma qui, come in tutto questo suo scritto, il nostro critico oscilla incerto e si contradice; ed avendo nel citato passo asserita la sicurezza del giudizio paleografico, altrove (pag. 14, 15) la combatte coll’esempio di coloro che furono illusi da falsificazioni di autografi del Tasso, e di altre carte ed oggetti a esso relativi. Di questi pretesi autografi del Tasso vidi un solo, che è nella Biblioteca del Re in Torino; nè certo lo direi sincero. Vi ha manoscritti, dei quali la falsità appare evidente, ossia che non appartengano all’età o alla persona cui si vogliono attribuire; ve n’ha, intorno ai quali un prudente giudice non ardisce proferire sentenza; ve n’ha infine, la sincerità dei quali si dimostra certa, evidente. Eccettuati i dotti di Berlino, i quali furono fuorviati dall’autorità del Jaffé, e de’ suoi falsi canoni paleografici: quanti videro le carte di Arborea o le dissero indubitatamente sincere, od almeno, che nessun argomento estrinseco li portava a dichiararle spurie. Ancora di recente due principali fra gli oppositori di quelle Carte, i Signori Comparetti e D'Ancona professori in Pisa, di parecchie avendo sott’occhio gli originali, ed inoltre il facsimile fotografico dei due manoscritti esaminati dal Jaffé: pur dichiarandosi giudici incompetenti in materia di paleografia, mi confermavano, che questi due manoscritti, contro quanto il Jaffé asserisce (Relazione, § 16), apparivano di mano assai diversa: e che nelle carte originali che avevano dinanzi nulla trovavano, che li portasse a dichiararle spurie; ch’essi le rigettavano a motivo del loro contenuto, che reputavano nonché falso, impossibile. E tale è il ragionamen-