Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/244

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240 delle antiche relazioni

fermata l’altra per la quale solevano farsi precedere dovunque dalla croce e dal tintinnabulo, eccettuando però Roma e dovunque il papa fosse più vicino di tre miglia. E quello che più ancora importa di ricordare si è come il papa nel concedere e nel confermare questi onori, dichiarasse di volere del lutto abolita quella abusiva consuetudine o piuttosto quella abbominevole corruttela per la quale quando un arcivescovo era venuto a morto, i cittadini ravennati prendevano e portavano via tutti i suoi beni mobili quasi a toro appartenessero per diritto di successione, ed impedivano all’arcivescovo eletto di entrare nel palazzo arcivescovile, se prima non giurava di mantenere tutte le antiche consuetudini.

E tutte queste cose si ritrovano nel privilegio papale munito di sigillo di piombo pendente da una funicella di seta gialla. Non ritrovo se poi alla morte di Tederico l’antico costume di spogliare il palazzo fosse continuato. Solo rimane una memoria dei beni mobili della sua eredità, nella quale si ricordano sette cavalli, e pare che l’ottavo fosse già stato involato da un suo famiglio, una cintura col fermaglio di diaspro, altre preziose vestimenta e vari arredi sacri1.

[I Ravennati resistono al legato papale, son condannati in denaro e scomunicati] II. Udita la presa di Ravenna, il legato pontificio vi accorse col podestà, ma i ghibellini non gli vollero aprire le porte, e tornate vane tutte le minacce, furono dichiarati ribelli alla Chiesa, e condannati a pagare diecimila ed ottocento lire al podestà, al quale aveano arse le case, ed ottocento a Bartolommeo Uberti suo giudice che ancora tenevano chiuso in prigione.

E pure, mentre i cittadini faceansi beffe delle scomuniche, per certo miracolo che si crederono di vedere, si mostrarono commossi di religioso timore.

Era una notte freddissima in sul finire del 1249, e camminando a stento sulla neve che in gran copia con-

  1. Fant. Mon. Rav., tom. IV, n. III.