Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/285

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rassegna bibliografica 281

un accordo con re Carlo: dicendogli ch’e’ non potrebbe fare cosa «più grata a Dio e più utile alla repubblica» (II, 7*; 1267, luglio 2); e quantunque le sue esortazioni non ottenessero alcun effetto, pure si ristette per alcun tempo dal punirlo, sperando ch’e’ non volesse perseverare nella sua contumacia (II, 8 *). Ma Enrico, mentre rispondeva al papa belle parole, non dava segno di cessare dalle macchinazioni contro il re1; e gli si rivelò poi francamente contrario, quando accolse in Roma Galvano Lancia, e spiegò il vessillo di Corradino. Dopo il quale fatto, il papa, non potendo più oltre tollerare una così aperta ribellione, con lettera del IO novembre 1207, dichiarò colpevole Enrico d’essersi volto contro la madre chiesa, dimentico «della reale mansuetudine e dei generosi costumi»; lo destituì dall’ufficio di senatore romano, e annullò tutti i suoi atti (II, 17*). Enrico rimase ciò nonostante senatore, finchè l’armi di Corradino si sostennero; ma intanto Clemente, per opporgli un valido competitore e anche per la speranza che tale minaccia lo facesse recedere dalla ribellione, concesse a Carlo d’Angiò la facoltà di accettare dai Romani, quando gliel’offerissero, il governo di Roma per dieci anni; nonostante l’obbligazione contratta da Carlo verso la chiesa di non assumere mai più codest’ufficio: ben inteso però che finito il decennio egli dovesse irrevocabilmente lasciarlo (II, 42*).

Tocchiamo brevemente degli ultimi fatti di Corradino, generalmente noti. Uscito di Roma circa alla metà d’agosto, incontrò re Carlo, a’ 23 del mese stesso, ne’ campi Palentini, e n’ebbe quella sanguinosa sconfitta, a cui la storia ha dato nome di battaglia di Tagliacozzo. Tanta e così smodata letizia ne provò l’Angioino, che la sera stessa della vittoria, scrivendone al pontefice, con derisione crudele verso i vinti, gli dice che sorga e si cibi allegramente della caccia del figliuolo suo (II, 57 *). Corradino, tornato a Roma come fuggiasco, ne dovette ripartire poco appresso per paura di quella

  1. Una lettera di pp. Clemente, finora inedita, al regio capitano Guglielmo de Modiobladi, si esprime in questo modo a proposito del senatore Enrico: Nondum certitudinem habere possumus super proposito.... senatoris, quia sepe mutantur Consilia, que carent solido fundamento (II, 10; 26 agosto 1267).