Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/284

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280 rassegna bibliografica

dine dei predicatori, annunziandogli di avere eletto al sopraddetto ufficio Carlo d’Angiò come«principe cristianissimo e guerriero indefesso di Cristo»; e commise a quel frate di andare in Toscana, e di porsi d’accordo col maresciallo del re (che teneva per lui ufficio di paciere in questa provincia) per ridurre alla via della salute i perturbatori, prima cogli ammonimenti, poi collo censure ecclesiastiche1. Sotto la protezione di re Carlo si costituì allora in Toscana la lega guelfa; ed egli ne fu naturalmente il capo, e seppe ritrarne, più che armi, aiuto di denari, secondo i suoi bisogni. Un documento dell’ll febbraio 1268 (II, 22) contiene la tassagione imposta alle città della lega pro opere arcis Podii Bonizi, nelle seguenti somme: Firenze, lire 992; Pistoia, 564; Prato, 216; Sangimignano, 216; Colle di Valdelsa, 120; Volterra, 216; Arezzo, 540; Cortona, 72; Borgo San Sepolcro, 168; Montepulciano, 36; Città di Castello, 24; e la parte guelfa dei Senesi, 264. Altri documenti si riferiscono a nuove esazioni a carico di quei comuni pei bisogni della regia camera (II, 30, 33); altri alla elezione del potestà di Prato, per parte di Carlo d’Angiò, nella sua qualità di vicario generale (II, 66, e note).

Un ufficio anche maggiore presentavasi a Carlo per la ribellione d’Enrico di Castiglia: quello cioè di senatore di Roma, al quale, due anni innanzi, quando fu investito re, egli aveva dovuto rinunziare, per compiacere alla santa sede. Era codesta magistratura, com’è noto, l’ultimo simulacro di libertà che rimanesse al comune di Roma; nemica ai pontefici per tradizione, e per necessità di difesa contro le usurpazioni loro, e tanto più temibile, se venisse in mano d’un re valoroso e potente. Ma nella strettezza del pericolo Clemente IV s’adattò alla possibilità d’una rielezione di Carlo d’Angiò per parte del popolo romano, procedendo bensì, verso il re, anche in questo fatto con tale prudenza, da mostrare che la chiesa (come dice l’Amari) «il volea potente sì, ma non tale da soverchiare lei stessa»2. E difatti, da principio, papa Clemente fece pratiche presso Enrico di Castiglia medesimo, affine di mantenerlo nell’ubbidienza della chiesa, e ridurlo a

  1. Acta Imperii selecta, pag. 691-92.
  2. Guerra del Vespro siciliano, cap. II.