Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/405

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la gallia togata 399

sumibilo a una gente gallica fosse già noto, quale avita sua consuetudine, quel sapiente istituto che era vanto della vetustissima civiltà italica.

Però non furono impartiti ai nuovi togati le larghezze tutte, delle quali fruivano gli antichi municipi. Roma trovò questi già da lungo ordinati, e non credette dovervi fare mutamenti; ma, come abbiamo potuto vedere, ella era molto ritrosa ne’ suoi favori; e decretando quel governo ai Galli gli attribuì minori poteri, in guisa da serbarsi pur sempre in pugno le più forti briglie. Esiste un prezioso documento dell’entità dei municipi cisalpini; ed è una tavola di rame, stata trovata un secolo fa nelle ruine di Veleja, in quel di Piacenza, dove è scolpito un lungo frammento di legge dettata in Roma per la provincia della quale discorriamo, nell’occasione, è da credersi, che le venne primieramente accordato il nuovo governo.

Un municipio, come è noto, era quasi una piccola repubblica, con giurisdizione sui villaggi attigui alla città dove quello aveva sede. Un Senato lo amministrava , detto Ordine dei Decurioni, di cento membri, ed anche più, a vita; e vi presiedevano, scelti sempre nell’ordine stesso ed annualmente dall’assemblea del popolo, Duumviri più spesso, e in alcuni luoghi Quatuorviri, ai quali, come a magistrato supremo, era anche affidata la giustizia e la direzione amministrativa. Nella Gallia togata questo magistrato ebbe l’ordinaria procedura per gli affari civili, ed anche pei criminali di minor rilievo; ma per i più gravi, e in ogni altro caso richiedente procedura straordinaria, era mestieri far capo a Roma. Però qualche potere anche straordinario gli era concesso, purchè si trattasse di affari non eccedenti mille e cinquecento sesterzi (all’incirca 3000 franchi). Ciò si ritrae dall’anzidetta tavola di Veleja1.

  1. De Lama, Tavola legislativa della Gallia cisalpina, ec. Parma, 1820. Vedi anche Savigny, St. del diritto romano, T. I, e. II.