Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/407

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la gallia togata 401

quando presso a Pistoja gli fu forza venire a quella battaglia che liberò la Repubblica dal pensiero ch’egli le dava.

Ed eccoci pervenuti a colui che doveva della Gallia togata farsi tanta scala a spegnere la libertà di Roma. Nell’anno 59 avanti Cristo, Giulio Cesare s’ebbe, col comando di varie legioni, il governo delle due Gallie, Cisalpina e Transalpina, per cinque anni: quantunque a Roma si facesse udire la voce di C. Porcio Catone, che ammoniva il popolo a non volersi mettere il tiranno in casa. In quel tempo Cesare condusse oltr’Alpi la guerra, di cui egli medesimo ci lasciò quella mirabile narrazione; ma gli inverni fu solito passarli fra i Galli togati; ed era quando menava sue arti più che mai per farsi via alla tirannide: avresti veduto allora una corrente di cittadini e di magistrati percorrere di continuo la nostra provincia, per tramare col grande ambizioso, sotto coperta di fargli omaggio.

Cesare porgevasi ai Cisalpini quale fautore di libertà; e, autorizzato a dedurre una colonia di Greci nella città di Como, stata disertata dai montanari della Rezia, la insignì della cittadinanza romana. Ma questa larghezza da lui fatta ai nuovi coloni, per accendere viemeglio il desiderio e la fiducia della provincia tutta e rendersela devota, non venne approvata in Roma da quella parte che già lo aveva preso in sospetto, e la si diceva contraria alla legge. Quale poi fosse la legge così violata, si ritrae da Cicerone, ove dice: «Vi ha convenzioni per le quali nessun Germano, od Insubre, od altri di tali barbari, può essere da noi fatto cittadino»1. Questo passo del sommo oratore è di gran momento per la storia che indaghiamo; e vi aggiunge maggior luce ancora un altro rigo del medesimo, che leggesi in una sua lettera ad Attico, ove menzionando che il console Marcello, per mostrare in

  1. «Quaedam foedera extant, ut Germanorum, Insubrium.... etc.; quorum in foederibus exceptum est, ne quis eorum a nobis civis recipiatur». Nell’orazione in difesa di Balbo, c. XIV.