Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/408

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402 la gallia togata

quale conto avesse i privilegi da Cesare conceduti a’ suoi coloni di Como, ne aveva fatto batter uno con verghe; ignominia dalla quale non doveva essere tocco mai un cittadino romano; così scrive: «Marcello fece malissimo a flagellare quel comense; che se non era magistrato, era però transpadano»1. Eccoci pertanto assai ben chiarita la condizione civile di quella Gallia togata, sul tramontare della Repubblica Romana: per un decreto emanato probabilmente intorno al tempo nel quale era stata aggiunta al romano dominio, e sempre vigente, non era lecito farvi un cittadino; anzi questo divieto si voleva territoriale, e che colpisse tutti coloro, i quali non essendo cittadini romani, venissero a stare nella provincia; tuttavolta quelli che vi avevano dignità Decurionale, si consideravano come insigniti dell’ottimo diritto; e agli altri tutti la latinità ottenuta pei buoni uffici di Pompeo Strabone, attribuiva un certo qual decoroso grado, che avrebbe dovuto assicurarli almeno contro le ire brutali dei Romani in carica.

Quando poi Cesare determinossi di gettare il dado e varcare il Rubicone, gli fu agevol cosa trarsi dietro buon polso di Cisalpini: e per vero può dirsi in parte anche di lui, come di Annibale, che non pochi de’ suoi maggiori trofei li dovesse al sangue strenuamente prodigato da cotesti Galli; ond’è che mettesse in opera ogni arte per farseli amici: e quanto famigliarmente usasse con loro, già per incidenza lo abbiamo ricordato dianzi, quando ne venne in taglio di citare la ospitalità da lui gradita in Milano, ove ebbe quella povera cena.

Si fa poi menzione che, mentre stava per salpare inseguendo Pompeo che raggiunse a Farsaglia, decretasse finalmente ciò che stava in cima ai desiderj dei Cisalpini, di dar loro la già tanto promessa piena cittadinanza romana. Però il dispotismo non era ancora onnipotente in

  1. «Marcellus foede de Comensi. Etsi ille magistratum non gesserat, erat tamen transpadanus».