Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/409

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la gallia togata 403

Roma; e se parecchi esempj si hanno di individui stati assunti all’ottimo diritto, era troppo gran fatto l’estenderlo a tutta una provincia; e segnatamente alla Cisalpina, contro la quale stava tuttora una legge speciale che lo impediva. Quel decreto del dittatore adunque andò vuoto di effetto1.

Dopo la giornata di Farsaglia Marco Bruto, comecchè della parte contraria a Cesare, fu da lui messo al reggimento della Gallia togata; ov’egli usò severo e giustissimo governo2, un debito oggimai diventato virtù rara.

Anche Decimo Bruto, altro dei feritori di Cesare, fu governatore della Cisalpina. Era questi pure della famiglia che Cicerone diceva mandata dagli Dei immortali a tutelare la libertà; e venne qui dopo abbattuto il dittatore , con intendimento di agguerrirvisi per salvare la Repubblica. Stimavasi allora più che mai di gran momento questa Gallia cisalpina, essendovi concentrate assai forze per tenere a freno la Transalpina e i montanari dello Alpi, i più marziali uomini del mondo, a detta di Decimo Bruto medesimo3; ed era pure, come Cesare testè aveva dato a vedere, base opportunissima a chi voleva insignorirsi di Roma. Con tali condizioni tornava inevitabile se la dovessero contendere le due parti che agitavano la moribonda Repubblica; e non andò guari infatti che Marco Antonio vi trasse in armi contro Decimo Bruto e vi accese così gran guerra, che diede l’ultimo crollo alla libertà di Roma.

Fu durante codesta lotta che Cicerone tuonando dai rostri con quelle sue terribili filippiche, vi fece udire

  1. Anche ad altri promise Cesare quella cittadinanza, senza poter darla. Furono di questi i Siciliani, i quali dopo la morte di lui indussero Marco Antonio a decretarla, come leggesi in Cicerone: «Antonius, accepta grandi pecunia, fixit legem a dictatore comitiis latam, qua Siculi cives Romani facti sunt; cui rei, vivo ilio, mentio nulla». Da ciò possiamo inferire quello che fosse del caso dei Cisalpini
  2. Plutarco.
  3. In una lettera a Cicerone.