Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/451

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rassegna bibliografica 445

battimento (che fu l’assalto de’ parmigiani e la distruzione di Vittoria), stando alla custodia della camera o tesoro imperiale. E qui bellamente dimostra che la morte di Taddeo è taciuta invece da altri e più gravi testimoni, che di quelli avvenimenti dettero larghe e particolareggiate relazioni; ricorda che la camera era affidata in que’ casi a paggi cavalieri e non ai consiglieri imperiali, fra’ quali messer Taddeo era allora l’intimo e più autorevole; prova con una lettera dello stesso imperatore che il custode ucciso fu il giovine figliuolo di un suo fedele che non era presente al combattimento, ed ammette che questo padre potesse esser bensì lo stesso Taddeo. Ed alla fine lascia persuaso il lettore che la voce di quella morte illustre si spargesse in Italia, o perchè si scambiasse il figliuolo col padre, o perchè fosse addirittura di quelle che ad ogni battaglia si spargono e si smentiscono poi, come anche ai nostri giorni è frequentemente accaduto1.

Lo Spinello scrive all’anno 1249 che Federigo sposasse una sua figliuola a Riccardo di Caserta della casa d’Aquino, ed il Villani ricorda lo stesso personaggio, come appartenente a quella casata, ai tempi di Manfredi. Gli scrittori napoletani, cominciando dall’Ammirato, avevano negato che il conte di Caserta fosse della famiglia d’Aquino, ed avevano così smentito lo Spinello e il Villani. Il Bernhardi non si lascia sfuggire questo supposto sbaglio, e lo attribuisce alla poca informazione del Villani2, secondo lui, in questo caso, consultato dal falsificatore. Ma il Minieri Riccio alla sua volta dimostra che il Conte di Caserta non era già nè della casa di Rebursa, nè un Sanseverino, nè di altre famiglie indicate dai genealogisti napoletani, ma propriamente della casa d’Aquino, confondendo tutti i contradittori con una copia grande di documenti e di informazioni inedite e sconosciute3.


  1. M. R., 44 e seg.
  2. Si è già accennato che per questi tempi Gio. Villani non fece quasi altro che copiare Ricordano Malespini. Ma il Bernhardi tiene per fermo che il falsificatore consultasse e conoscesse solo il primo.
  3. M. R., 140 e seg.