Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/108

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88 la loggia di or' san michele

luce dell’interno rimane davvero sacrificato, si collocasse in altra chiesa ed i valichi degli archi si riaprissero, riducendo la chiesa in loggia, allora ci sarebbero due possibilità per creare un accesso ai piani superiori, demolito e tolto il poco decoroso arco saliente: e ciò si otterrebbe, o rendendo alla sua prima destinazione la piccola scala, per fine di avere una sufficiente larghezza, o, con un disegno più artistico e più degno, e forse il più semplice e economico, costruendo nel mezzo del terreno una bella scala a chiocciola. I cosiddetti sopramattoni, che in oggi chiudono i valichi degli archi, e che non arrivano che fino sotto alle graziosissime rose di stile gotico, fatte da Niccolò di Piero Lamberti, detto Pela, essendo di poco spessore e perciò per niente necessari ad assicurare la stabilità della fabbrica, si potrebbero demolire.

Se invece, forse sostituendo ai sopramattoni, bei finestroni di vetro a occhi, si lasciasse chiesa il pianterreno, allora eccoci ad un ultimo disegno; che vorrei raccomandare a coloro che amano le cose dell’arte e il decoro di Firenze; il quale consisterebbe nel levare addirittura la scaletta, ormai inutile; scavando al pari delle altre la nicchia del capolavoro di Donatello, cioè il S. Giorgio, affinchè non ci fosse bisogno, a cagione delle intemperie, di mettervi in luogo dell’originale una copia. Eppoi si dia all’architetto, che già ha manifestato così vivo interesse per quel «palatium Sancti Michaelis» l’incarico di studiare il modo, con cui, mascherando ed ornando il tanto ingiuriato arco, conforme allo stile dell’epoca, si potesse fare, di una bruttura, un adornamento dell’edifizio. In ogni modo si faccia qualche cosa; non si lasci andare in una lenta, ma troppo sicura rovina uno dei più superbi testimoni della grandezza di Firenze. Allora l’edifizio stesso, colla sua nuova destinazione, farà bella ed eloquente testimonianza, che i moderni fiorentini sono sempre degni degli antichi e di loro stessi.

Dott. Claere Schubert-Feder.