Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/112

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92 l'etimologia e la storia arcaica

tro amalfitano, dove abbiamo appunto cotale figliazione1. E il casato Brandileone, cui non toglie di poter risalire molto addietro il non conoscerne io esempi antichi, non è forse, ridotto a integrità, un Ildebrandileone, da riportarsi con buona verosimiglianza a un Leone figliuolo d’Ildebrando2? Ma il Tauroleo potrà anche essere Toro e Leone ad un tempo, alla maniera dei nostri Giovan Maria, Carlo Alberto, ecc. ecc. Sia comunque si voglia, se dopo di ciò riflettiamo come tra i nomi non manchi di mostrarcisi un Napo, possiam crederci in porto: solo rimanendo dubbiosi, se Napoleone sia un Leone figlio di un Napo, «Leo de Napo», oppure invece un Napo e Leone simultaneamente.

Ma una considerazione più attenta non tarda a respingerci in alto mare. Questo nome di Napo a me non è occorso che nella famiglia dei Torriani, anzi, in un periodo ristretto della sua storia3. Vedo chiamati così due tra i giovani rampolli di questa famiglia, che, scampati alla catastrofe del 1277, ebbero, par bene,

  1. Non sarà inutile riportare qui come saggio tutte le sottoscrizioni testimoniali di questa carta d’Amalfi, molto ricca di bestie più o meno feroci: «† ego taurus filius stephani de lupino comite de marino testis sum. † pantaleo filius leonis de tauro de leone comite testis sum. † ego leo filius mauri de gregorio comite testis sum. † ego ursus scriva scripsi» (op. cit., II, 75). Tirando le somme, un lupo, un orso, due tori, tre leoni, ed anzi quattro con Pantaleo, che in una discendenza siffatta mostra chiari gl’intendimenti suoi. Su questa onomastica bestiale, così frequente nell’Italia del mezzogiorno, e sulle sue diverse origini, parte greco-latine, parte germaniche, si potrebbe fare uno studio abbastanza curioso. Qui citerò ancora una sottoscrizione che là al caso attuale: un «taurus filius leonis de urso» in tre carte salernitane (op. cit, II, 100, 1G2, 200); soggiungendo, a ulteriore illustrazione del Tauroleo, che il leo de urso può servire di giustificazione, se non di prova, agli editori, i quali hanno messo nell’indice un Ursileo, deducendolo da un genitivo Ursilei (ib. p. 311), che a rigore parrebbe doverci condurre a un Ursileus, ossia a un semplice derivato di Ursus.
  2. Un’altra ipotesi possibile è che in Brandileone s’abbia il saldamento di due casati distinti: Brandi, rampollo sempre di un Ildebrandi, e Leone.
  3. In cambio di Napo, come suol scriversi generalmente, il Litta, al quale faccio capo per le notizie genealogiche, usa Nappo, e conseguentemento Nappino. A ciò, m’immagino, lo avrà portato il Corio, che dice più volte Nappo, e direbbe forse sempre cosi, se noi avessimo davanti l’autografo. Giusto avvertire come cotale scrittura sarebbe quella che meglio s’accorderebbe colla pronunzia e colle abitudini grafiche del dialetto milanese, il quale pone capp, quiett, decrett, Europpa, grecca, poetta, Cletto, mirando - si badi - a conseguire colla doppia, non già l’intento voluto dalla rappresentazione del parlare toscano, bensi la brevità della vocale antecedente.