Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/197

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rassegna bibliografica 177

Il titolo di un trattato talmudico, che per giunta è scritto anche erroneameate Magilla invece che Meghilla, diventa per il R. il nome d’un autore (pag. 36). E se è celebre l’errore di chi scriveva: «ut narrat Rabbinus Talmud», oggi con tanti lavori che spiegano che cosa sia il Talmud, e ne fanno anche l’analisi, equivoci siffatti sono davvero poco scusabili; tanto più che il R. cita alcune volte la traduzione francese del Talmud fatta dallo Schwab, è vero senza indicazione nè di volume nè di pagina, cosa che gli accade anche per la storia del Graetz. Della quale, per dirla di passata, sembra che egli non siasi abbastanza giovato, come mostra d’ignorare l’altra opera importantissima del Güdemann: Geschichte des Erziehungswesens und der Cultur der Juden in Italien während des Millelalters (Wien, 1884).

Si dice come cosa dubbiosa che una certa parola ebraica scritta dal Belli, secondo il guasto modo col quale viene pronunziata dal volgo romano, fosse un titolo dato ai Rabbini (pag. 77), mentre è conosciutissimo che quella parola significa sapiente, dottore e da per tutto i Rabbini sono così chiamati.

Nello spiegare la forma del manto che gli Ebrei indossano durante la preghiera, si cita la Sinagoga judaica del Buxtorfio (p. 90); ma era d’uopo non far dire a questo illustre ebraicista due spropositi che non ha mai detto, cioè che quel manto sia tessuto di tanti fili quanti sono i precetti della legge, e che questi siano settantantatrè. Questi invece sono seicentotredici; e, se quel manto in qualche modo li rappresenta alla mente dei devoti israeliti, non è certo per il numero dei fili di cui è tessuto.

Parrebbe che ad opinione del R. la circoncisione fosse fatta sempre nella Sinagoga (pag. 96), ma poi in appendice si riporta il passo del Journal de voyage de Montaigne en Italie, dove al contrario, e giustamente, si dice: quant à la circoncision elle se fait aux maisons privées (pag. 312). E intorno a questo stesso Journal, sembra che l’A. non conosca affatto la recentissima edizione del D’Ancona; perchè lamenta che oggi sia troppo dimenticato (pag. 193), e cita soltanto l’edizione del 1774.

Rispetto agli schiavi giudei in Roma si dice (pag. 106): César les affranchit; ils formérent dès lors uìie caste, les libertini. Ma è troppo conosciuto che i libertini esistevano in Roma da molto tempo prima, e che in massima parte non erano Giudei. Forse si voleva dire che questi liberati formarono parte di tale classe; ma il significato delle parole è ben diverso.

Nel poema di Emanuele Romano sull’Inferno e il Paradiso il Daniele nel quale alcuni hanno creduto di vedere un’allusione a Dante, non è il profeta Daniele che serve di guida al poeta nel suo miracoloso viaggio, ma un altro Daniele detto fratello, cioè