Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/196

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176 rassegna bibliografica

trionfante e potente fu verso quelli più mite e benigno, che non nei tempi in cui egli stesso si trovò minacciato e in decadenza. Questo pensiero lo conduce a dividere in tre periodi la storia della comunità degli Ebrei in Roma. 1.° Dal loro stabilirsi fino al pontelìce Eugenio IV. 2.° da questo Papa sino a tutto il secolo XVI. 3.° Dal principio del secolo XVII sino verso la fine del seguente: non volendo, per non porre in pericolo la più stretta imparzialità, toccare nulla di certe quistioni o contemporanee o anche troppo recenti (pag. 258).

Però, non ostante questa divisione, la distribuzione generale del libro non la possiamo dire abbastanza ordinata, e si nota una certa confusione cronologica prodotta dal non avere seguito sempre nò l’ordine logico né quello dei tempi. - L’accennata divisione in tre periodi apparisce soltanto nel 2.° libro (pg. 124) intitolato: Le regime de la communauté, - Les Juifs au Ghetto; mentre il primo è intitolato: Séjour, moeurs, physionomie; e il 3.°: Les Juifs et l’administration pontificale. I titoli stessi dimostrano che le materie non sono bene distinte, che di necessità l’una rientra in parte nell’altra, e ciò ha condotto a qualche oziosa ripetizione.

Ma non è questo, dobbiamo dirlo sinceramente, ciò che in quest’opera ci è più dispiaciuto. Non pochi errori, nei particolari è vero, ma troppo strani, troppo evidenti, la guastano, mentre per altri lati siamo i primi a giudicarla lodevole. Non possiamo fare a meno di notarne alcuni, non per ispirito di maligna critica, ma perchè crediamo quasi dovere di avvertirne l’autore, e quei lettori che non potrebbero avvedersene.

Si cita un passo di Filone (pag. 19) nella traduzione latina, e si dice che «bonam urbem partis est ici dans le sens de considérable et non pas d’agréable». Dove è inesplicabile che, invece di fermarsi a interpretare il significato della traduzione, non si sia veduto che l’originale greco ha: μεγάλην. Ogni osservazione quindi poteva risparmiarsi.

Fusco Aristio, l’amico di Orazio, al quale questi ha dedicato l’ode 22 del Libro 1.° e diretto l’Epistola 10.°, per mezzo del quale voleva liberarsi dall’importuno seccatore, è per il R. «un poëte juif» (pag. 21 e lOS), e lo asserisce come cosa nota e indiscutibile.

Invece Fusco Aristio non era affatto ebreo, ma per burlarsi di Orazio si mostra anche lui ligio a certe superstizioni giudaiche, alle quali si sa che soggiacevano anche molti Pagani. Del resto Orazio, tanto spregiatore degli Ebrei, se a questi avesse appartenuto Fusco Aristio, non gli avrebbe scritto così amichevolmente da dirgli, per il suo amore del vivere cittadinesco, mentre egli amava la campagna, hac in re scilicet una multum dissimiles, at caetera pene gemelli.