Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/212

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192 rassegna bibliografica

Vat. 5269) e l’anonimo autore del Liber pontificatus ecclesiae Aquilegiensis usò manifestamente il codice Marciano, il quale, secondo afferma il M. a pag. 52, «non ha alcuna importanza per l’edizione critica dell’opera di Giovanni, non potendo dare che varianti arbitrarle e diverse dalla lezione primitiva del testo».

Un campo assai vasto di ricerche nuove ed importanti si schiude al M., allorché studia le relazioni della nostra cronaca con i documenti anteriori al 1009.

Osserva anzi tutto il fatto che maravigliò tutti quanti studiarono l’opera del diacono Giovanni, che cioè il cronista non trasse alcun profitto dalle pubbliche carte conservate nell’archivio di Stato, mentre, godendo la piena fiducia del doge Pietro Orseolo II, avrebbe potuto valersene, come se ne valse più tardi Andrea Dandolo, con grande vantaggio della verità e della esattezza storica. Non si può addurre a sua scusa l’incendio del palazzo ducale avvenuto nel 976, quando fu ucciso Pier Caudiano IV; perchè, dice il M., «si può al contrario dimostrare all’evidenza che quella fu un’omissione deliberata e che l’autore nel raccogliere la materia storica volle ricorrere soltanto alle opere dei cronisti anteriori e alla tradizione orale» (p. 169). L’incendio del 976 distrusse bensì gli antichi documenti originali, ma però «ne rimanevano sempre fuori del palazzo ducale alcune copie che quel cronista avrebbe potuto facilmente esaminare se la buona volontà non gliene fosse mancata» (Id.).

Secondo il giudizio dell’egregio autore, tutti i testi de’ documenti politici anteriori al 1009, che ci sono pervenuti in collezioni d’origine ufficiale o individuale si devono alle copie private degli antichi atti del governo. E qui il M. abbandona un momento la Cronaca del diacono Giovanni, per isvolgere maggiormente le sue idee intorno a questa materia che egli ben a ragione giudica importantissima e non sempre trattata giustamente dagli scrittori che se ne occuparono.

Nelle pagine 172-187 della sua dissertazione esamina i giudizi espressi dal Pertz1, dal Mas-Latrie2, dal Tafel e dal Thomas3,

  1. Archiv der Gesellschaft für altere deutsche Geschichte des Mittelalters, vol. III. 1821.
  2. Archives des missions scientifiques, t. II, LS51.
  3. Abhandlungen der königlichen bayerischen Akademie der Wissenschaften, class. III, vol. 8, dove è pubblicata una interessante memoria col titolo: «Der Doge Andreas Dandulo und die von demselben angelegten Urkundensammlung zur Staats und Handelsgechichte Venedigs mit dem Original-Registern des Liber albus des Liber blancus und der Libri pactorum aus dem Wiener Archiv». 1885.