Pagina:Ardigo - Scritti vari.djvu/113

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Polemiche 107

Può? Ma allora, siccome le risposte stesse fanno da sè svanire le obiezioni, si dovrebbe dire che ella usa dolosamente la finzione di ritenermi colpevole di spropositi, che sa che non ho commesso.

È questo un piccolo dilemma, col quale lego le mani e i piedi del signor vescovo Rota. Provi, e veda se può romperlo e muoversi.

Vengo ora alla terza cosa: al saggio della lealtà.

Nel dialogo in discorso sono accusato di avere proclamato me stesso (nel n. 56 della Provincia) un bravo uomo. E l’accusa è fondata sulla affermazione del dialogista, che io addussi tutte le particolarità necessarie, affinchè ognuno leggendo richiami al pensiero infallibilmente la mia persona.

Ecco le particolarità più salienti da me addotte: Persecuzione, condanna delle dottrine per parte di concilii, e poi che gli stessi persecutori si facciano belli e si gloriino della persona perseguitata.

Sta per me la circostanza della persecuzione? Il dialogista si affretta a dire di no. E la circostanza della condanna per parte di concili? Un onore così grande non m’è mai stato fatto, che mi sappia. E la circostanza che monsignor Rota e la sua compagnia mi citino con compiacenza e mi lodino? Non mi pare neanco questa.

Arrogi poi che nello stesso articolo, per togliere ogni dubbio, dichiaro espressamente, che il bravo uomo, di cui parlo, è il Rosmini, citato dal Moriconi.

Dunque è palese e indubitabile che non lo dico di me. Dunque l’accusa non è vera; e la si fa, sapendo che non è vera.

Signor Rota,

(E mi rivolgo a lei, come ho detto un’altra volta, perchè è lei, e nessun altro, il padrone del Vessillo).

Che un vescovo, scrivendo di filosofia contro un po-