Pagina:Arienti, Giovanni Sabadino degli – Le porretane, 1914 – BEIC 1736495.djvu/410

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de due qualitá: Tuna, che nasce da le pene principale, cioè de la privazione eterna del vedere la Maiestá divina e per li sensibili e atrocissimi tormenti del fuoco e del perpetuo carcere, dove Tanima peccatrice è condamnata, e questo se può chiamare < cruciato» overo «pena essenziale»; l’altra, che deriva da recordarse de quelle cose che gli dispiacqueno ne la vita umana. Ma questa pena, comparata a la prima, è minima e quasi de niun valore. Despiace a li damnati avere peccato nel mondo, non perché abiano offeso Dio, ma solamente perché sono puniti per li peccati : ogni cosa, che dispiace a loro, glie cuoce e tormenta; non ogni cosa, che glie piace, glie letifica. E, ancora che molte cose li pinzano e amino molte cose, nondimeno de quello amore non glie resulta alcuna litizia e calamitá, non altrimenti che l’aqua, che pende [^sopra il fuoco, che non se può mai rescaldare, se continuamente aqua fredda sopra se gli infonda. E, come alcuna recordazione de tristezza non può pena generare in una anima beata, cusi alcuna generazione de letizia non può generare gaudio in una anima perduta. E per questo concludo che li beati non se possono mai tristare, né li damnati e persi se possono alegrare giamai. E come se può giugnere gaudio al beato,£e cusi se può giugnere merore e tristizia al perduto. De qui nasce che niuna mala fama possa turbare in cielo un spirto beato, né alcuna bona letificar ne l’abisso un spirto perduto; ma la buona fama può letificare i boni, e la cativa e la trista contristare i rei. Fanno alegreza e gaudio li beati in cielo d’avere lassato bona fama di sé nel mondo, a questo effecto maximamente: accioché possano accendere cum quella qualche spirito gentile a la virtude e al culto divino. Li miseri se doleno che la sua cativa fama overamente bona viva nel mondo, cum ciò sia cosa che sia casone per peccare o salvare altrui, e per questo sentono assai magior pena e supplicio. Onde, in conclusione del mio presente tema, e accioché le Vostre Prestanzie pigliano qualche refrigerio e meglio la veritá credano, senza alcuna dubitazione, de quello che ho narrato, non l’avendo veduto voi, intenderanno uno fiorentissimo exemplo, recitato nel dialogo del divo Gregorio in questo modo: cioè.