Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/113

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sesto 107


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     Contra il fratel d’ira minor non arse,
che per Ginevra giá d’amore ardesse;
che troppo empio e crudele atto gli parse,
ancora che per lui fatto l’avesse.
Sentendo poi, che per lei non comparse
cavallier che difender la volesse
(che Lurcanio sí forte era e gagliardo,
ch’ognun d’andargli contra avea riguardo;

9
     e chi n’avea notizia, il riputava
tanto discreto, e sí saggio et accorto,
che se non fosse ver quel che narrava,
non si porrebbe a rischio d’esser morto;
per questo la piú parte dubitava
di non pigliar questa difesa a torto);
Arïodante, dopo gran discorsi,
pensò all’accusa del fratello opporsi.

10
— Ah lasso! io non potrei (seco dicea)
sentir per mia cagion perir costei:
troppo mia morte fòra acerba e rea,
se inanzi a me morir vedessi lei.
Ella è pur la mia donna e la mia dea,
questa è la luce pur degli occhi miei:
convien ch’a dritto e a torto, per suo scampo
pigli l’impresa, e resti morto in campo.

11
     So ch’io m’appiglio al torto; e al torto sia:
e ne morrò; né questo mi sconforta,
se non ch’io so che per la morte mia
sí bella donna ha da restar poi morta.
Un sol conforto nel morir mi fia,
che, se ’l suo Polinesso amor le porta,
chiaramente veder avrá potuto,
che non s’è mosso ancor per darle aiuto;