Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/206

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200 canto


24
     vide lontano, o le parve vedere;
che l’aria chiara ancor non era molto.
Tutta tremante si lasciò cadere,
piú bianca e piú che nieve fredda in volto;
ma poi che di levarsi ebbe potere,
al camin de le navi il grido volto,
chiamò, quanto potea chiamar piú forte,
piú volte il nome del crudel consorte:

25
     e dove non potea la debil voce,
supliva il pianto e ’l batter palma a palma.
— Dove fuggi, crudel, cosí veloce?
Non ha il tuo legno la debita salma.
Fa che lievi me ancor: poco gli nuoce
che porti il corpo, poi che porta l’alma. —
E con le braccia e con le vesti segno
fa tuttavia, perché ritorni il legno.

26
     Ma i venti che portavano le vele
per l’alto mar di quel giovene infido,
portavano anco i prieghi e le querele
de l’infelice Olimpia, e ’l pianto e ’l grido;
la qual tre volte, a se stessa crudele,
per affogarsi si spiccò dal lido:
pur al fin si levò da mirar l’acque,
e ritornò dove la notte giacque.

27
     E con la faccia in giú stesa sul letto,
bagnandolo di pianto, dicea lui:
— Iersera desti insieme a dui ricetto;
perché insieme al levar non siamo dui?
O perfido Bireno, o maladetto
giorno ch’al mondo generata fui!
Che debbo far? che poss’io far qui sola?
chi mi dá aiuto? ohimè, chi mi consola?